UNUCISANO. BIBLIOTECA "F.CATAPANO" FONDO MASSIMO COLTRINARI

Il Fondo "M Coltrinari" è stato creato per ampliare le fonti a sostegno delle tesi di laurea e ricerche anche dei Master di Storia Militare Contemporanea, Politica Militare Comparata, Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale,
Gli Apporti di volumi per l'anno indicato sono
2018 n. 159 per un totale di 159 volumi>
2019 n. 264 per un totale di 414 volumi
2020 n. 75 per un totale di 489 volumi
2021 n.101 per un totale di 580 volumi
2022 n. 250 per un totale di 830 volumi
2023 n. 310 per un totale di 1140 volumi
2024 n. 422 per un totale di 1572
2025 (marzo) n. 107 per un totale di 1674.
Emeroteca
Nella emeroteca sono presenti le seguenti riviste.
Storia Militare, Mensile.
Annate 1991.1992.1993.1994.1995.19961997, 1998, 1999, 2001 2007.2008.2009, 2015, 2016,2017,2018,2019,2020,2021,2022,2023,2024,2025
Storia Militare Briefing, Bimestrale,
Annate, 2017,2018,2019, 2020,2021,2022,2023,2024,2025 (in progress)
Storia Militare Dossier, Bimestrale
Annate 2021, 2013,2014,2015,2016,2017,2018,2019,2020,2021,20222,2023,2024, 2025 in progress
Il Secondo Risorgimento d'Italia, Rivista Trimestrale
Annate in progress
Rivista QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO, Rivista Trimestrale
Annate: in progress
La Emeroteca è stata creata per dare fonti iconografiche e mirate alle tesi di laurea e ricerche anche ai Master di Storia Militare Contemporanea, Politica Militare Comparata, Terrorismo ed Antiterrorismo Internazionale

UNIVERSITA' STUDI "NICOLO' CUSANO" TELEMATICA ROMA

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BIBLIOTECA "FRANCESCO CATAPANO" FONDO MASSIMO COLTRINARI

Centro Studi di Castel d'Emilio ed Agugliano

Biblioteca Comunale di Agugliano


L'Apporto di Volumi per l'anno 2014 è stato di 5 Volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2015 è stato di 5 Volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2016 è stato di 8 Volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2017 è stato di 7 Volumi
LApporto di Volumi per l'anno 2018 è stato di 8 Volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2019 è stato di 5 Volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2020 è stato di 20 volumi

L'Apporto di Volumi per gli anni 2021,2022,2023,2024 è stato pari a zero (pandemia)
L'Apporto di Volumi per il 2025 in progress
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Mediateca Polverigi

Biblioteca
Fondo Coltrinari
Storia Militare Contenporanea
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L'Apporto di Volumi per l'anno 2015 è stato di 38 volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2016 è stato di 196 volumi
L'apporto di Volumi per l'anno 2017 è stato di 75 volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2018 è stato di 35 Volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2019 è stato di 3 Volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2020 è stato di
L''Apporto di Volumi per l'anno 2021,2022,2023 2 2024 è stato pari a 0 (Pandemia)
L'Apporto per l'anno 2025 in progress
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Società Operaia di Mutuo Soccorso Castel d'Emilio

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Fondo Coltrinari


L'apporto di volumi per l'anno 2012 è stato di 10 Volumi
L'apporto di Volumi per l'anno 2013 è stato di 25 Volumi
L'apporto di Volumi per l'anno 2014 è stato di 50 Volumi
L'apporto di Volumi per l'anno 2015 è stato di 35 Volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2016 è stato di 30 Volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2017 è stato di 10 volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2018 è stato di 18 volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2019 è stato di 6 Volumi
L'Apporto di Volumi per l'anno 2020 è stato di 18 volumi.
Per via della pandemia non vi sono stati apporti per gli anni 2021, 2022,2023. Gli apporti per il 2024 non vi sono stati. Per il 2025 ( in progress)
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Biblioteca L. Radoni. Fondo Coltrinari

L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni -Fondo Coltrinari per il 2008 è stato di 965 Volumi
L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2009 è stato 983 Volumi
L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2010 è stato di 1003 Volumi
L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2011 è stato di 803 Volumi
L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2012 è stato di 145 Volumi
L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2013 è stato di 215 Volumi
L'apporto di volumi alla Biblioteca L.Radoni - Fondo
Coltrinari per il 2014 è stato di 943 volumi
L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2015 è di 523 volumi
L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2016 è di 629 volumi
L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2017 è di 354 volumi
L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2018 è di 106 volumi
L'apporto di volumi alla BibliotecaL. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2019 è 23 volumi L'apporto di volumi alla Biblioteca L. Radoni - Fondo Coltrinari per il 2020 è di 10 volumi (aprile)
Gli apporti per gli anni 2020, 2021, 2022, 2023, 2024, 2025 (in progress) non è stato possibile attuarli in quanto i locali della Biblioteca non sono agibili ai visitatori.
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sabato 9 febbraio 2013

Anniversario della Repubblica Romana

Il 9 Febbraio ricorre l'anniversario della Repubblica Romana del 1849. Quella esperienza risorgimentale ha segnato tutto il nostro risorgimento e la attuale Costituzione della repubblica trova in essa i suoi fondamenti. Mazzini e tutto il movimento mazziniano sono stati il sale del nostro vivere civile ed oggi, ancora più che ieri, i principi Mazziniani necessitano essere vissuti più che declamati per uscire da questo pantano morale, economico e sociale in cui il degrado politico ci ha portati. Si riporta uno scritto, preparato da Massimo Bertani per l'Associazione Mazziniana come momento di riflessione e considerazioni per un impegni civile che non sia strumentale ai propri interessi personali.


UN IMPEGNO PER  L’AMI

Abbiamo più volte dibattuto nei mesi scorsi l’opportunità che l’AMI  esca da schemi essenzialmente celebrativi ed assuma anche una sua ben precisa ed autonoma collocazione nell’affrontare i problemi della Nazione apportando una visione di questi nell’ottica di un  moderno ed attuale mazzinianesimo.
Sollecitiamo dunque l’impegno dunque dell’AMI ad operare per il consolidamento delle istituzioni democratiche e repubblicane e per il miglioramento civile e morale della vita della Nazione.
Questo è quanto abbiamo espresso nel nostro Comitato interregionale e sul quale ci impegnammo con un comunicato dello stesso ed altri interventi ad aprire un dibattito
I temi allora riconosciuti come esigenze sulle quali l’Associazione Mazziniana Italiana  ha un suo preciso ed auspicabile impegno ad intervenire furono: Costituzione ; Morale politica ; Stato di diritto; Economia e questione sociale;Scuola ed educazione nazionale; Federalismo “repubblicano” ,Società e “sindacalismo mazziniano.
Ritengo pertanto riprendere quanto espresso in passato con alcune  considerazioni personali ed osservazioni che altro non sono se non semplici appunti sugli argomenti e che auspico possano servire per stimolare un dibattito per gli amici che hanno condiviso di portare avanti un “ progetto di una piattaforma programmatica per l’AMI”.

1° La Costituzione
Rappresenta il punto fondamentale e dal quale dobbiamo iniziare ogni tipo di discorso nel nostro dibattito 
Tre furono le culture politiche che agirono nell’Assemblea Costituente del 1946 : liberale, socialista e cattolica ; culture che avevano una loro lontana radice nella storia della Nazione  e che si composero in una conciliazione dei loro ideali e sistemi.
Tutto ciò ha comportato una Carta di valori etici composti in un solenne compromesso nel quale tre diverse visioni dell’uomo e del mondo storico si sono fuse rappresentando il primo valore della Carta Costituzionale entrata in vigore nel 1948.
 La Costituzione annienta ogni diseguaglianza  di fronte alla legge e si impegna a rimuoverne le cause economiche e sociali : in tale atteggiamento si fondono le istanze di uguaglianza della civiltà liberale con quelle di origine cattolica e socialista e ne consegue che i principi fondamentali  costituzionali  rappresentano un elenco nel quale la tradizione liberale , il solidarismo cristiano e la tradizione socialista si fondono in un armonica interpretazione.
I diritti individuali e collettivi degli uomini precedono la Costituzione ma con l’attuazione di questa la Repubblica li garantisce richiedendo l’adempimento di doveri inderogabili : lealtà all’obbedienza delle leggi nel servire lo stato democratico e repubblicano,solidarietà nel sostegno economico e nei compiti sociali. 
Nell’ordinamento repubblicano la Costituzione è pertanto la regolatrice dell’esercizio della sovranità popolare  e pertanto al di sopra di questa : il governo degli uomini è sottomesso al governo della legge 
Una Costituzione può essere modificata in una ottica di evoluzione – adeguamento oppure in una visione di operare per un cambiamento storico di rottura con le sue radici.
Uno degli effetti delle radici della nostra Costituzione ed uno dei suoi tratti più caratterizzanti sta nel fatto che essa non ammette  di essere puro dominio di una maggioranza  neppure se di matrice popolare
La revisione costituzionale deve necessariamente passare per un largo e condiviso consenso .con procedure  garantistiche e non puramente maggioritarie , con il rischio in quest’ultimo caso di venire ad operare una rottura storica .
Ovviamente l’evoluzione  storica non può essere bloccata  , pretesa antidemocratica , ma una revisione costituzionale non deve ne può rappresentare l’instaurazione di una altra nuova costituzione perché diversi ne sarebbero i meccanismi attuativi.
Da tutto ciò  appare come particolarmente importante essere vigili nei confronti di chi parla come di revisione costituzionale cercando di utilizzarla  come grimaldello per l’instaurarsi di un nuovo sistema politico che intendesse rafforzare una  sua egemonia e per interrompere una esperienza storica tuttora in corso

  2°   Lo Stato : le sue funzioni ,la logica della politica di Mazzini
Nell’ordinamento della vita politica organizzata di una società è opportuno fare riferimento ad alcuni concetti basilari dell’organizzazione dei rapporti che intercedono tra le componenti della società stessa e le loro funzioni.
Nell’ottica di tale visione fondamentale è  lo Stato che rappresenta l’ ordinamento giuridico e politico che a fini generali esercita il potere su un determinato territorio e sui soggetti a esso appartenenti
Nella organizzazione della società civile è’ interessante distinguere tra la forma di stato e quella di governo:
  • la forma di Stato è il modo in cui lo stesso risulta strutturato, ed il modo con  cui si sviluppano i rapporti tra gli elementi costitutivi del medesimo : popolo, territorio e sovranità .Pertanto lo Stato può essere considerato come organizzazione dei rapporti tra governati e governanti e come ripartizione della sovranità sul territorio.
  • La forma di governo, invece, rappresenta il modo con cui le varie funzioni dello Stato sono organizzate tra i diversi organi costituzionali
Nella società moderna la forma di governo è quella che vede i cittadini sottoposti al governo della legge in un ordinamento che vede gli stessi artefici delle stesse
Lo Stato democratico lascia ai cittadini la responsabilità ed il compito di determinare, a seconda delle esigenze, l'organizzazione politica, tecnica ed istituzionale dello Stato,ma questo deve rispondere, sempre e comunque, ad alcuni requisiti :
  • Favorire la convivenza civile
  • Garantire la giustizia
  • Perseguire il bene comune, dell'intera comunità e non di un gruppo a detrimento delle legittime esigenze degli altri
  • Garantire ed assicurare le giuste libertà individuali e sociali
Lo stato democratico è caratterizzato  dalla  partecipazione di tutti i cittadini alla determinazione delle politiche nazionali generali e dall'intervento statale nei rapporti socioeconomici
L'Italia dal 1946 con l’avvento della Costituzione  è una Repubblica democratica parlamentare a democrazia indiretta che usa peraltro anche strumenti di democrazia diretta quali il referendum e l'iniziativa popolare.
I diritti dei cittadini che sono alla base della democrazia moderna  sono ciò che si intende per l'insieme dei diritti civili, politici, sociali ed etici
  • Diritti civili: libertà di autodeterminazione, libertà di parola, diritto alla sicurezza personale, libertà di culto, libera stampa e informazione, libertà di espressione, libertà di associazione, diritto di sciopero, diritto di manifestazione pubblica;
  • Diritti politici: diritto di elezione, diritto di candidatura politica, diritto di associazione partitica;
  • Diritti economici: diritto di proprietà privata, libertà di fondare capitali propri, diritto di concludere contratti, libero mercato, libertà di fondare imprese economiche personali;
  • Diritti sociali: solidarietà sociale (welfare state), assistenza sanitaria universale, pari opportunità di lavoro(per le differenze religiose, etniche, culturali e/o sessuali), diritto di voto per gli immigrati, diritto universale a un'istruzione paritaria;
  • Diritti etici: diritto di decidere sul proprio corpo, libertà dell'orientamento sessuale, libertà della ricerca scientifica,
L’attuazione dei diritti determina la creazione dello Stato di diritto nel quale principio fondamentale è la separazione dei poteri ,che consiste nell'individuazione di tre funzioni pubbliche - legislazione, amministrazione e giurisdizione e nell'attribuzione delle stesse a tre distinti poteri dello stato, organi o complessi di organi dello stato autonomi ed indipendenti gli uni dagli altri.
La loro chiara e netta  separazione  garantisce  l'imparzialità delle leggi e della loro applicazione ed in definitiva è la garanzia costituzionale dei cittadini .

Il potere legislativo è rappresentato dal parlamento a livello nazionale e da eventuali organi, analoghi al parlamento, di regioni e altri enti territoriali  con autonomia legislativa, che producono le norme con un atto che prende il nome di legge.
 Nel sistema politico della  repubblica parlamentare il parlamento è l' istituzione che detiene la rappresentanza della volontà popolare,
Il potere esecutivo, è posseduto dal "governo", al quale compete il potere di applicare le leggi, ed è esercitato da organi che eseguono le prescrizioni delle leggi e attuano in concreto le pubbliche finalità,cioè la pubblica amministrazione.
Il potere giudiziario è infine quel potere che permette in via definitiva e autonoma di risolvere le controversia di natura civile,penale e amministrativa secondo le diverse giurisdizioni attribuite ai magistrati


“Un fattore chiave in una democrazia è la presenza, all'interno della nazione, di una cultura democratica .
Una "democrazia politica" senza cultura democratica diffusa nei cittadini non sarebbe una democrazia.”

Secondo Mazzini la logica della politica è logica di democrazia e libertà, non accettabili dalle forze reazionarie; contro di esse è necessaria una brusca rottura.

La sua visione della società civile è stata anche definita una "religione civile" dove la politica svolgeva il ruolo della fede.
Per questo bisogna «mettere al centro della propria vita il dovere senza speranza di premio e senza calcoli di utilità.».
 Quello di Mazzini era un progetto politico  mosso da un imperativo religioso che nessuna sconfitta, nessuna avversità avrebbe potuto indebolire. «Raggiunta questa tensione di fede , l'ordine logico e comune degli avvenimenti veniva capovolto; la disfatta non provocava l'abbattimento, il successo degli avversari non si consolidava in ordine stabile.»

Ed ancora

"Con la teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli, ma non possiamo mettere insieme durevolmente in armonia tutti gli elementi che compongono la Nazione. Con la teoria della felicità e del benessere – considerati come le cose più importanti della vita – noi potremo solo formare uomini egoisti, adoratori dei beni materiali, che porteranno le vecchie passioni nell'ordine nuovo e lo corromperanno dopo pochi mesi. Si tratta di trovare un principio superiore a queste teorie, che possa condurre gli uomini a realizzare le loro virtù migliori; che insegni loro il valore del sacrificio; che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendere da un solo capo o dalla forza della maggioranza. Questo principio é il DOVERE. Bisogna convincere gli uomini che essi sono figli di un solo Dio, esecutori, qui in terra, di una sola Legge - che ognuno deve vivere non per sé, ma per gli altri – e che lo scopo della loro vita non é quello di essere più o meno felici, ma di rendere se stessi e gli altri moralmente migliori. Bisogna convincerli che il combattere l'ingiustizia e l'errore a beneficio dei loro fratelli, é non solo un diritto, ma un dovere; dovere da non tralasciare senza colpa - dovere di tutta la vita”.
La concezione mazziniana della storia, espressione dell'inesauribile attività creatrice di un “ Dio” ,e pertanto in continuo "progresso", prevede che all'interno della stessa gli individui e i popoli sono chiamati  dal comando divino a contribuire al bene dell'umanità: gli individui nella cosciente attuazione dei propri personali doveri – “l'Apostolato dei doveri” - i popoli nella realizzazione della loro “Missione storica”. 

3° La Giustizia
Il problema della Giustizia si pone come uno tra i più esposti a tentativi di revisione costituzionale allorquando viene sospettata di attentare attraverso il controllo della legalità allo stato legislativo parlamentare .
L’esigenza fondamentale che risulta chiaramente espressa nella carta costituzionale è che i poteri non vengano ricondotti tutti al governo, ma trovino adeguati contrappesi in altri poteri o autorità indipendenti ed auto gestiti
Ecco pertanto l’insorgere di alcuni obbiettivi che riportano alla ribalta modifiche del potere giudiziario come la organizzazione  della magistratura o come  le norme riguardanti l’ufficio del pubblico ministero con la separazione delle carriere,che esprimono tentativi revisionistici della Carta Costituzionale e che vanno opportunamente controllati . 
Dobbiamo pertanto auspicare che il potere giudiziario  prosegua nell’esercizio del controllo della legalità con una aderenza sostanziale ai dettami costituzionali proseguendo nell’impegno dimostrato sia contro la criminalità che nel costituire un contrappeso alle devianze anticostituzionali politiche ed economiche
Certamente accanto a ciò che funziona esistono anche arretratezze,intrecci con il potere politico stesso od economico o compiacenze illecite  che non dobbiamo addossare a disfunzioni costituzionali .
Al contrario prima di passare a riforme della stessa è opportuno e necessario vigilare la sua corretta attuazione ed applicazione controllando che dietro certe richieste revisionistiche non si celi una volontà di una riduzione dei valori della giustizia o il tentativo di una politica con una giustizia a lei asservita .
Tutto ciò è particolarmente importante in quanto l’ordinamento giudiziario è fondamentalmente collocato nella  cosidetta  seconda parte della Costituzione senza quella protezione  riconosciuta dai costituenti contro la revisione della prima parte
L’indipendenza della giustizia non va e non deve essere confuso con l’arbitrio della stessa .Il giudice non può invocare una sorta  di immunità che lo ponga al riparo dei controlli democratici, dalle censure o dai giudizi  di responsabilità come qualsiasi cittadino.
In conclusione desideriamo sottolineare che la magistratura è uno dei poteri dello stato di diritto e non un corpo separato dello stesso, o una intoccabile corporazione e rappresenta uno dei pilastri fondanti dello stesso per il quale vanno attuate le garanzie riconosciute

4°)  Politica e morale
Il tema del rapporto tra politica e morale è di estrema vastità e complessità nonché di grande attualità
Lo stile del “fare politica”  è qualcosa che oggi più che mai troppo spesso appare mancare e pertanto nel momento attuale il deterioramento della politica è diventata questione strettamente connessa con la morale.
Tutto quelle caratteristiche che noi riteniamo doversi possedere dalla politica scaturiscono dal significato del termine “morsale politica “  che ad esso attribuiamo .
Alle persone impegnate nella politica si richiede  che  debbano possedere una irrinunciabile proprietà  di certe virtù  affinchè gli stessi  possano dare consistenza , credibilità ed autorità al loro pensiero ed alle loro azioni. Inoltre gli stessi debbono possedere  amore  per la giustizia ,ed impegnarsi per un servizio generoso e gratuito a favore delle vicende della gente , dimostrando  sobrietà ed onestà nel loro modo di operare .
Quando alla classe politica  chiediamo di testimoniare i valori fondamentali della società che essa rappresenta, quando ad essa deputiamo la salvaguardia delle libertà conciliata con l’autorità ed il rispetto della uguaglianza dei cittadini , noi riteniamo si attui la moralità della politica nei suoi organismi rappresentativi.
E lo stesso stile di moralità va richiesto a tutti quei gruppi di cittadini che nelle loro attività rappresentative si propongono di esercitare  un  potere “politico” a qualsiasi livello, per risolvere problemi sociali, economici e politici, secondo le loro convinzioni ideologiche e programmatiche.
Il criterio morale che deve essere assunto come fondamentale nell’azione politica è quello del bene comune di ogni individuo e di tutti gli uomini nel rispetto della dignità degli stessi attuando il metodo della democrazia.
La moralità politica nel dovere del buon governo deve infatti attuare il confronto ed il dibattito democratico senza privilegiare consensi che  escludano l’approfondimento dei contenuti e che vengano ottenuti con decisioni rapide ed imperiose .
Ecco perché necessita vigilare dunque su tutte quelle forme ambigue ed antidemocratiche che vengono contrabbandate con il pretesto del governare con prontezza e decisionalità energica .
La moralità politica si dimostra soprattutto nell’avere un forte senso dello Stato  nel rispetto della Carta Costituzionale  dando la preferenza al bene comune sugli interessi privati e corporativi senza posporre i valori etici al raggiungimento di fini utilitaristici.
Oggi per misurare quanto si sia lontani da questo stile è sufficiente analizzare l’emergenza dell’attuale situazione politica legata alla separazione tra il principio dell’efficacia da quello etico.
(la legge sul conflitto di interessi,la riforma del processo penale,depenalizzazione di alcuni tipi di reati  , …)
Ecco perché la politica non deve essere interpretata come un “mestiere” che impegni per tutta le vita,mentre al contrario deve invece  lasciare posto all’alternanza ed al cambiamento : è necessario aprire a forze nuove senza chiusure preconcette ed ermetiche che annullano il ricambio ed impediscono l’ingresso di forze nuove e fresche
Per concludere riteniamo come il superamento della crisi politica attuale che comporta anche una emergenza politica democratica passi attraverso il ritrovamento di quelle ragioni etiche e principi morali che rappresentano la centralità della vita democratica della Nazione.                                             

5°) Federalismo”repubblicano” : il pensiero di Oliviero Zuccarini
“La repubblica si riparte in regioni ,provincie e comuni” - Così cita l’articolo 114 della Costituzione Italiana
I Padri costituenti vollero introdurre nella Costituzione le Regioni come nuova ripartizione territoriale della repubblica in aggiunta alle provincie ed ai comuni
L’idea regionale storicamente nello stato italiano ha radici nell’ottocento in quei movimenti di pensiero dell’epoca facenti capo principalmente a Carlo Cattaneo.
Anche nel pensiero mazziniano si sostenne l’esigenza di riconoscere la “Regione” come ente intermedio tra Nazione e Comune in quanto precisava Mazzini l’unitarietà non doveva identificarsi esclusivamente con l’accentramento.
Mazzini considerava che la realizzazione dello Stato unitario si sarebbe dovuto strutturare con “un interno moto centrifugo dal centro alla periferia “ . Ma egli non voleva uno stato rigidamente accentrato sostenendo l’opportunità di  conciliare l’unità politico costituzionale con una autonomia delle provincie e magari delle “ regioni”  per una attività amministrativa ,legislativa ed esecutiva per le materie oggetto di interesse locale
Il dibattito sulle Regioni continuò nei primi decenni dello Stato unitario e venne ripreso in modo incisivo all’Assemblea Costituente con la volontà di mutare profondamente l’organizzazione dello Stato con l’intendimento di fondare sul pluralismo dei centri di potere politico la propria libertà e la garanzia di sopravvivenza delle istituzioni democratiche  dopo la triste esperienza del ventennio fascista.
L’onorevole Ruini , presiedente dell’Assemblea Costituente nella sua relazione di presentazione del   progetto di Costituzione evidenziò la novità delle autonomie regionali come “portata decisiva per la storia del Paese” richiamandosi allo stesso pensiero mazziniano indicando che le motivazioni di formule  di auto- governo erano  basilari alla crescita  della libertà
“Non si tratta soltanto di portare il governo alla portata degli amministrati,con un decentramento  politico amministrativo (…) ma si tratta di porre gli amministrati nel governo di se medesimi”
La corrente di pensiero nella quale si inserisce il federalismo appare come un momento di critica alla sovranità dello Stato moderno che si presenta come un accentratore del potere
Il federalismo nasce pertanto come momento di contestazione delle facoltà di potere che vengono accentrate nella sovranità dello Stato moderno , sia esso Stato assoluto che Stato democratico.
La sovranità dello Stato nella concezione federalista non è monolitica ma suddivisa e condivisa  a più livelli dai  cittadini che sono nel contempo cittadini sia del loro Stato che della Federazione.
In tale modo si crea  uno Stato federale che sta al di sopra degli Stati federati  e che ha con essi un intimo rapporto di collaborazione e di controllo
In questo vedere si può parlare di un federalismo politico-territoriale , ma dobbiamo considerare anche una altra aspetto che possiamo definire come federalismo sociale od integrale ( Proudhon) .
Questo tipo di federalismo non è più una struttura unicamente politica -territoriale, ma qualcosa di maggiormente profondo venendo a costituire una “risposta” allo scontro tra libertà ed autorità. Esso rappresenta il cosidetto federalismo integrale in quanto interpreta integralmente il modo di vivere degli uomini non solo sotto l’aspetto politico istituzionale ma anche culturale ,produttivo e sociale
In questa corrente di pensiero si inserisce anche il pensiero  dell’antifascismo per cui il federalismo è l’antidoto dell’autoritarismo in una visione nella quale il fascismo rappresenta l’espressione massima del centralismo liberale . Ne deriva pertanto che l’antidoto al fascismo non è solamente la scomparsa del dittatore o la sconfitta del regime  ma la scomparsa del modello di stato centralizzato e monolitico e la sua sostituzione con uno stato federativo.
Ma ritornando all’Assemblea Costituente del 1946 è importante soffermarsi  sulla figura e sul pensiero di Oliviero  Zuccarini  tenace assertore del federalismo regionale , con una forte impronta sociale.
In lui si riconosce una composizione delle due concezioni : la componente politico-territoriale si collega con il federalismo sociale pur senza raggiungere  una contestazione globale  dello Stato ,ma in una visione globale e moderna dello stesso.
Ci piace pertanto riportare a questo  punto alcuni brani dell’intervento di Oliviero Zuccarini tenuto all’Assemblea Costituente  nella seduta del 6 giugno 1947, in quanto ci appaiono dimostrativi del suo pensiero in materia di federalismo e fortemente esplicativi sul concetto di un “federalismo repubblicano” ,più di qualsiasi altra interpretazione
“…. Della regione si è parlato in tutti i tempi e non già per creare qualcosa di artificioso, ma per migliorare la costituzione politica, amministrativa dello stato italiano.
Il problema fu sentito anche da Mazzini,il quale dopo il 1860 ed anche prima si ribellò contro il sistema accentratore piemontese che si voleva imporre a tutta l’Italia e ne vide fin da allora tutte  le conseguenze “ Non è questa l’Italia che io sognavo” - egli disse - e pensò alla Regione ed al Comune , anzi al Comune prima della Regione.
… Il problema della Regione diventò vivissimo, subito dopo l’avvento del fascismo : allora si capì veramente che cosa poteva rappresentare per la libertà nella vita politica di uno Stato un ordinamento a base regionale …… .
… Un vecchio avvertimento della democrazia . Quando in un solo punto stanno concentrati tutti i poteri e tutte le forze è assai facile a chi riesce a mettere le mani sul potere stabilire la dittatura
… L’antifascismo si orientò verso la soluzione regionale ,valutandola sotto l’aspetto di una soluzione di democrazia e di libertà nello Stato ……
… Alla  Regione non si pensava di arrivare , come si pensa oggi , per una concessione dall’alto : si pensava di arrivarci attraverso le autonomie comunali e con un sistema di collegamento tra comune e comune , che facesse della regione un ponte di passaggio tra le autonomie locali e l’autorità dello Stato …..

… La regione è uno dei pilastri della Costituzione ,così come essa è stata preparata .Togliete quel pilastro e la costituzione precipita .La Costituzione diventa un'altra cosa , cessa di essere democratica
Ed ancora
Volete lasciare lo Stato così come è?credete che in questo Stato la democrazia possa comunque esercitarsi?........
… attraverso la disfunzione dello Stato c’è la incapacità degli attuali organismi burocratici ed amministrativi a funzionare efficacemente …..
..se non provvederemo ad una sua diversa organizzazione interna ,…..verso una diversa distribuzione degli organi rappresentativi,verso una più larga partecipazione dei cittadini alla vita pubblica per la difesa dei propri interessi noi non risolveremo il problema della democrazia
… Non si tratta dunque solamente di un problema di decentramento e di snellimento, ma si tratta di articolare meglio le membra dello Stato. Ed è problema di democrazia ……..
… .E’ un diverso sistema di organizzare la sovranità dei cittadini, anzi il solo modo possibile di organizzarla e che può riuscire efficace ed interessare le popolazioni alla loro vita.

In questo modo io vedo la soluzione regionale”   

Così andava a concludere l’onorevole Zuccarini all’Assemblea Costituente e con questa frase riteniamo poter concludere nel migliore dei modi una visione di un federalismo “repubblicano” , ben diverso da un federalismo “secessionista” nel quale si inseriscono elementi della reazione commisti ad un liberismo ad oltranza  e non ultimi sentimenti xenofobi.
 6°   Società odierna e sindacalismo “mazziniano
Il sindacalismo mazziniano rappresenta una via italiana per concepire soluzioni meglio rispondenti allo spirito, alle tendenze ,alle tradizioni,alle varietà di situazioni economiche e sociali della nostra società nazionale.
Gli insegnamenti di Giuseppe Mazzini sono ispirati alle tendenze dell'umana natura, ai bisogni della società  “in divenire”  ed in “progresso”.
Fu detto che la soluzione sociale mazziniana è una soluzione sindacalista

Infatti Mazzini vide nell'associazione operaia il fulcro della società futura, che per lui non può essere improvvisazione di un giorno, ma invece, una sicura , consapevole e durevole  elevazione del proletariato destinato a sostituirsi con le sue associazioni libere e volontarie all' organizzazione capitalistica.
Egli in ciò ha superato i teorici del sindacalismo e nella visione più complessa del problema dello Stato comprese che, se non si voleva subirlo si doveva, , conquistarlo come garanzia di libertà, di autonomia e di progresso. La Repubblica

La democrazia sindacale è una necessità della vita moderna  e certi principi e criteri informativi è opportuno ricordarli e ritornare su di essi in quanto spesso nella pratica possono essere dimenticati.

L'azione sindacale non può non essere anche azione politica. Si tratta invece di stabilire “quale” politica
Un dibattito che è sempre stato presente nella organizzazione sindacale è stato quello della contrapposizione di due concezioni sindacali decisamente opposte :
·        la prima vorrebbe che i sindacati operai fossero lo strumento della politica dei partiti che ne assicurano la tutela e la direzione effettiva ,
·        la seconda concezione è quella secondo la quale i sindacati debbono fare la loro politica sindacale che i partiti potranno assecondare , fiancheggiare , sostenere , ma mai determinare o dirigere .
Riteniamo infine riportare alcune frasi di Oliviero Zuccarini pubblicate nel lontano 1920, ma altamente significative e di fondamentale attualità pur nelle dovute considerazioni dei tempi.
…….Come mazziniani e repubblicani neghiamo che una società di liberi e di uguali possa essere realizzata dentro l'architettura di uno Stato collettivista o comunista; ci rifiutiamo di partecipare alla illusione dello Stato dispensiere di bene e di male che anima ogni progetto socialista. Oltre alle ragioni teoriche e alle dimostrazioni storiche, sono per noi le esperienze più recenti.

……La società egualitaria del lavoro non può essere che fatto di coscienza, di volontà, di capacità. Suppone, per ciò, un addestramento produttivo che non tutti i lavoratori hanno ed esige un impiego disciplinato di attività del quale non tutti sono ugualmente capaci

……A preparare la società di domani occorre, invece, determinare una diversa consapevolezza dei compiti e delle funzioni sociali di ciascuno,convincere le masse che non basta volere una cosa, ma bisogna saperla realizzare. Ecco perche la nuova organizzazione produttiva potrà uscire solamente da un ben sviluppato movimento sindacale.

……II metodo di Mazzini è nell'avere avvertito come la futura società del lavoro dovesse trovare il suo fondamentale elemento costitutivo nell’associazione operaia; come non si trattasse tanto di collettivizzare la proprietà quanto di sostituire la organizzazione sindacale all'organizzazione capitalistica;

 …...come, infine, la risoluzione del problema sociale  potesse aversi unicamente coll'assorbimento da parte dei liberi sindacati produttivi delle funzioni e dei diritti che ora sono propri del capitalismo fino alla realizzazione di una società di liberi produttori sindacati.

Le parole ed i concetti riportati non hanno necessità di commento


( Il paragrafo 6° è stato Allegato il 12/09/2011)
Paolo Marchi
________________________________________

A seguito della riunione di Sabato 22 ottobre u.s. ed in accordo con i partecipanti invio la proposta della Sezione di Pesaro ad integrazione della Relazione Marchi, dei punti:
-7°) La questione economica
-8°) La difesa civile e militare

da discutere, se riterrete,  in occasione della prossima assemblea interregionale, propedeutica all'Assemblea nazionale di Dicembre.

Ringrazio per l'attenzione e cordialmente saluto.

Massimo Bertani


7° La questione economica:
L’assoggettamento al fattore economico è una delle cause determinanti della crisi delle società occidentali.
E’ una vittoria del disordine e dell’empirismo materialista, inefficaci sul piano dello sviluppo morale e spirituale degli uomini  in quanto abbiamo sperimentato come l’eccesso di beni disponibili nel pianeta produca eccesso di miserie, carestie e conflitti diffusi, a causa dell’accentramento degli stessi beni, nelle mani di pochi.
Noi non condividiamo che l’umanità debba tendere ad un solo modello di organizzazione materiale, alla base del quale subordinare la propria attività produttiva e commerciale, al quale assoggettare l’essere umano nella supremazia del desiderio di godimento rispetto al superamento dell’edonismo come modello di vita diffuso fra i cittadini.
La morale si trova ora in conflitto con gli interessi di ordine economico, la “densità morale” di un’epoca ha perduto la sua battaglia rispetto alla “densità economica” di una società.
L’asservimento dell’uomo alle leggi imperfette dell’economia espone, come non mai in passato, al principio dell’economia come proseguimento della guerra con mezzi diversi dalle armi, ma con effetti potenzialmente non meno letali.
Se la politica è assoggettata all’economia e non l’economia a contemplare fra i propri fini il supporto alle finalità costituzionali del nostro Stato, l’economia stessa tenderà alla sostituzione delle categorie morali ed etiche a fondamento della politica con modelli di governance destinati al consolidamento di regimi totalitari e tirannici, anche dietro al paravento della democrazia formale.
8° La difesa civile e militare:
L’abolizione della leva obbligatoria ha rappresentato in Italia una completa rimozione della questione militare inquadrata nella più ampia visione del diritto-dovere dei cittadini di contribuire alla difesa dello Stato nella forma complessiva di entità territoriale e insieme di ordinamenti e leggi, così come venuta a formarsi alla fine dei precedenti regimi totalitari.
La delega completa a corpi di professionisti ha prodotto la de-responsabilizzazione di intere generazioni di cittadini rese incapaci di pensare a un concetto di difesa, integrato nel più ampio principio di autodeterminazione dei popoli, inette all’uso delle armi ed esposte ad ogni sorta di pericolo esterno ed interno, inabili a rappresentare qualsiasi forma potenziale di deterrenza a difesa di una pace giusta, rispetto agli scenari geo-strategici ed economici in progressiva formazione.
Inoltre la situazione interna attuale non è il riflesso di una visione utopistica e pacifista o tecnologica ed efficiente, ma l’espressione di inettitudine tecnica e politica a cambiare un’istituzione che negli anni è diventata grottesca proponendo un servizio di leva militare obbligatoria oramai assurta ad entità farsesca per povertà di contenuti e fardello di costi fuori controllo.
Questa rimozione ha esposto lo Stato, incapace di formare una adeguata cultura della difesa attiva, alla deriva di falangi paramilitari e già precedute dal braccio politico che potrà servirsene a fini deviati.
Massimo Bertani

( I paragrafi 7° ed 8° sono stati allegati  il 23/10/2011)

(chi non desidera ricevere questo spot è pregato di comunicarlo)

domenica 20 gennaio 2013


Grazie alla appassionata vitalità di Gaetano Rossi a Rimini, è stato pubblicato il volume di cui si riproduce la copertina dedicato ai Decorati della provincia di Rimini della Prima Guerra Mondiale. Il volume vuole ricordare coloro che si sono distinti nell'adempimento del loro dovere. La ricerca in corso di cui al precedente post mira, invece, a ricordare coloro che diedero la vita per questo dovere. Sono due aspetti che occorre sempre sottolineare, al fine di preservare una Memoria essenziale oggi per le comunità, sopratutto quelle locali

mercoledì 16 gennaio 2013

Caduti di Castel d'Emilio nella Grande Guerra


Ricerche per una memoria condivisa
Massimo Coltrinari

Lineamenti e stato dei progetti [1]  
Premessa
L’avvicinarsi del centenario della entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio 1915, che cadrà tra due anni, ha dato l’occasione per rivisitare segmenti della nostra memoria che potrebbero essere portati alla attenzione di tutti. In questo quadro, all’inizio del mese scorso, è stata avviata una ricerca in merito ai Caduti di Castel’Emilio nella Prima Guerra Mondiale. Su questo assunto sono stati anche inclusi tutti i Caduti di Castel d’Emilio nelle guerre patrie nell’arco di tempo che va dalla proclamazione dell’Unità d’Italia, il 17 marzo 1861 al I Conflitto Mondiale.
La ricerca ha un duplice scopo: quella di avviare raccolta di documentazione in merito e riferenti ai Caduti, e quella di creare uno spaccato della vita di Castel’Emilio di fine ottocento-inizio novecento.
 Questa ricerca tendono a creare un riferimento documentale alla vita di Castel’Emilio, in modo autonomo e non referente in un arco oltre centenario, al fine di consegnare ai giovani elementi di memoria che sostengano e difendano la identità della Collettività e del senso di appartenenza, oggi più che mai utile in presenza di una immigrazione exstracomunitaria che, accettata nei suoi aspetti positivi, impone un confronto che non può essere che di crescita e di reciproco rispetto. Noi siamo sempre più convinti che se questo non si attua si andrò incontro a scontri e conflitti che sono sempre forieri di criminalità, miserie e povertà per tutti. 

Lineamenti
I Lineamenti che sono stati adottati per le ricerche di cui sopra, si innestano nel quadro delle attività messe in atto nel Progetto Storia in laboratorio, in cui vengono messi, attraverso l’adozione del metodo storico, gli elementi essenziali della ricerca in modo consequenziale, al fine di dare un documento, o volume che sia nello stesso tempo di documentazione che di divulgazione, nel quadro delle attività di ricerca del Centro Studi di Agugliano.
Per la ricerca dedicata ai Caduti delle Guerre Patrie i lineamenti essenziali sono riferibili ai punti essenziali del Metodo Storico, ovvero:
. oggetto della ricerca
. suoi limiti di spazio e di tempo
. scopo e finalità.
Per ogni Caduto, sulla base della documentazione raccolta, si vuole compilare un quadro di presentazione composto dai seguenti punti:
. fotografia o fotografie del caduto
. elementi identificativi
. data della Morte
. luogo e circostanze in cui è avvenuta.
. informazioni dettagliate sul reparto sia di minore che di alto livello in cui operava
. zona delle operazioni, e quindi descrizione dell’operazione in cui ha trovato la morte
. notizie biografiche della sua vita a Castel d’Emilio.
. eventuali note dei discendenti
. documentazione, lettere, o altro che ha lasciato.
. ulteriori elementi che si deciderà di inserire caso per caso.

Fonti.
Per poter attuare questa scheda, le fonti individuate sono:
. Famiglia del Caduto
             Raccogliere tutta la documentazione in possesso della famiglia, in copia lasciando alla
             medesima gli originali, ricordi, racconti, tradizione orale, in un confronto continuo
. Ministero della Difesa. Direzione del Personale. Albo d’Oro
              Ricerca del fascicolo del Caduto presso l’Albo d’Oro, e riproduzione di tutto
              l’incartamento; esame del medesimo e stesura di quanto si può pubblicare.
. Archivio di Stato di Ancona
              Richiesta all’Archivio di Stato di Ancona ( Via Maggini) dello Stato di Servizio o foglio
              Matricolare del Caduto per avere una indicazione del suo iter militare.
. Biblioteca Militare Centrale
               Volumi della I Guerra Mondiale, in particolare la Relazione Ufficiale della I Guerra
               Mondiale, la serie dedicata alle Unità (livello Brigata e Divisione), I Diari Storici delle
               Unità
Per ulteriori contatti prego utilizzare la e mail: coltrinari2011@libero.it


[1] Alla data del Dicembre 2012

martedì 8 gennaio 2013

Buon Compleanno



Da Ieri, 7 gennaio 2013, 
Mario Brutti 
ha superato la soglia dei 65 anni. 
Da oggi tutti i Musei d'Italia sono per lui gratuiti. 
Nel fare i più sinceri auguri di Buon Compleanno, 
gli si ricorda che Roma è dotata di Musei più di Castelferretti 
e,
 quindi 
che provveda a sfruttare questa situazione.

mercoledì 20 giugno 2012

Un Amico. Un successo.

ROMA –
ARMANDO GINESI, CAVALIERE DI GRAN CROCE
 SIMBOLO
 DELL’AMICIZIA TRA ITALIA E RUSSIA
Alla presenza di oltre mille invitati, nello scenario splendido del parco di Villa Abalamek di Roma, dove ha sede la residenza del Ministro Plenipotenziario Ambasciatore della Federazione Russa in Italia Alexey Meshkov, sul colle Gianicolo, in linea d’aria a poche decine di metri da San Pietro, in occasione della Festa nazionale russa, si è svolta la breve ma solenne cerimonia della consegna delle insegne di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica al critico d’arte prof. Armando Ginesi, Console Onorario della Russia ad Ancona.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva firmato il decreto di concessione dell’ultimo grado dell’Ordine al prof. Ginesi il 27 dicembre 1911, ma le insegne sono state consegnate proprio in occasione della Festa nazionale russa, per sottolineare gli ottimi, amichevoli rapporti esistenti tra i due Paesi, l’Italia e la Russia, di cui in qualche modo Armando Ginesi è assurto a simbolo essendo cittadino italiano ed anche diplomatico del grande paese auroasiatico.

Tra coloro che hanno fatto da cornice all’evento, esponenti di ogni parte politica (molti deputati e senatori), alti ufficiali delle forze armate, diplomatici accreditati presso il Quirinale e la Santa Sede, giornalisti italiani e russi, uomini di spettacolo, esponenti della cultura e tanti imprenditori di ogni parte d’Italia ma anche provenienti dalla Federazione.

Da parte russa era presente l’intero corpo diplomatico dell’Ambasciata, a partire dall’Ambasciatore, ai Consiglieri, al Capo della sezione Consolare, alla Presidente e ai Vice presidenti della Rappresentanza Commerciale Russa in Italia.

La delega dell’Italia per la consegna delle insegne è stata esercitata dall’ex Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dott. Gianni Letta anche in virtù degli antichi vincoli di amicizia che lo legano al prof. Ginesi. Entrambi, infatti, poco più che ragazzi, iniziarono la carriera giornalistica per due testate romane di grande prestigio, provenienti dalla provincia: il dott. Letta dall’Abruzzo e il prof. Ginesi dalle Marche.

Tra gli illustri invitati sono stati notati: il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero; diversi deputati e senatori tra cui Lamberto Dini, Fausto Bertinotti, Carlo Ciccioli e Francesco Casoli; il Capo del Dipartimento della Polizia Penitenziaria Giovanni Tamburino; l’Ambasciatore dell’Iraq in Italia Saywan Barzani; l’Ambasciatore Giuseppe Balboni Acqua; l’Ambasciatore Umberto Vattani; quasi tutti gli ambasciatori delle Repubbliche ex Unione Sovietica; addetti militari dei Paesi del Magreb, dell’Estonia, della Lituania e della Bielorussia; l’attrice Natasha Stefanenko; il Direttore dell’agenzia russa d’informazioni “Ria Novosti” Alexey Startsev; il Direttore della Rappresentanza in Italia della Rosteck-ITE Boris Olenich; i rappresentanti della Chiesa Ortodossa Russa Vescovo Nestor Korsunskij; l’Igumeno Padre Filippo Vasiltsev, lo Ieromonaco Padre Antoniy Svryuk; numerosi imprenditori tra cui il “Re delle Carni” Luigi Cremonini, il noto stilista “global fashion” Jimmy Baldinini, Paolo Guzzini, Vice Presidente della “iGuzzini Illuminazione” e della Fimag; Andrea Merloni Presidente della Indesit; Walter Darini Presidente della SILC; Marisa Monti Riffeser, Presidente del Gruppo Poligrafici Monrif; Rosario Alessandrello Presidente della Camera di Commercio Italo-Russa; il Direttore Generale di Banca Marche Massimo Bianconi; la Signora Maria Pia Fanfani, già presidente della Croce Rossa Italiana; Riccardo Strano, Direttore Generale dell’ENIT Italia; il Questore di Pesaro Italo d’Angelo; il Direttore della European Bank per lo sviluppo e la ricostruzione dei paesi dell’Est e dell’Asia Luigi Dante, il Direttore Generale del patrimonio Edilizio; del Ministero della Giustizia Leonardo Scarcella; Romeo Morri, Ministro della Cultura della Repubblica di San Marino; la Principessa Maria Pia Ruspoli; il Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Roma Gerardo Lo Russo in rappresentanza anche del Presidente Cesare Romiti; Emilio Saponara Direttore del periodico in lingua russa “La Nostra Gazzetta”; il nuovo Console Onorario della Federazione Russa a Firenze Principe Girolamo Guicciardini Strozzi; il segretario generale della Fondazione Attività Sociali e Culturali della Federazione Russa Tatiana Shumova, eccetera.

Al Console sono giunte congratulazioni da ogni parte del mondo e, ovviamente, dalle Marche, ove opera la sede del Consolato. A dimostrazione degli ottimi rapporti che intercorrono tra l’ufficio diplomatico della Federazione Russa e il territorio riproduciamo le lettere significative di due Sindaci della regione: quello di Ancona prof. Fiorello Gramillano e quello di Ascoli Piceno avv. Guido Castelli.

sabato 21 aprile 2012

Ritorni e Partenze: presentazione

Non c’è partenza ed il ritorno che ne consegue. Non un ritorno ma tanti. E’ altrettanta partenza. Quanti sono i gironi che ci sono stati.
 Sabato 28 aprile 2012 Sala Convegni Corso Mazzini Castelfidardo ore 18
 Presentazione del libro di Bruno Cantarini
Ritorni e Partenze
 
A cura di Marcello Verderelli
Direttore. Dipartimento di Scienza della Comunicazione Università di Macerata

Alla chitarra Luca Lampis.

venerdì 20 aprile 2012

Pio Sodalizio dei Piceni in Roma

FESTA DI SANTA MARIA DI LORETO DEI MARCHIGIANI
 Giovedi 10 maggio 2012 nella Chiesa Basilica di San Salvatore in Lauro 8Piazza San Salvatore in Lauro) per la festa  di Santa Maria di Loreto dei Marchigiani, verrà celebrata una messa presieduta da Sua Eminenza Reverendissima il Card. Elio Sgreccia.

 La Chiesa Basilica di San Salvatore in Lauro è di proprietà dei Pio Sodalizio dei Piceni, denominata, per antico retaggio dei luoghi, San Salvatore in Lauro è, in verità intitolata alla Madonna di Loreto, patrona della Nostra regione. Il 10 dicembre è ricordata la traslazione della Santa Casa e tutti i Sodali festeggiano tale ricorrenza, tanto è  oramai considerata festa istituzionale del Pio Sodalizio.

Nel mese di maggio, mese della tradizione mariana, è sembrato opportuno al Consiglio di Amministrazione, a aprtire dal 2009, istituire una festa dedicata alla madonna di Loreto, per riunire in spirito di fratellanza tutti i marchigiani di Roma, Sodali e non Sodali, nella nostra Chiesa e per confermare la devozione alla nostra patrona.

Il Presidente       Duilio Benvenuti
Pio Sodalizio dei Piceni, Via di parione 7, 00186 Roma. Tel. 06 6875608

www.piosodaliziodeipiceni.it     piosodaliziodeipiceni@tiscali.it

Osimo: una mostra interessante

La S. V. è invitata all’Inaugurazione della Mostra
Mi avanzo verso il sogno
Bruno da Osimo

(1888-1962)
                                         allestita nel Museo Civico di Osimo,
nel cinquantesimo della scomparsa dell’artista
sabato 21 aprile alle ore 17.30
Il curatore della Mostra                                                                                          Il Sindaco

Prof. Stefano Papetti                                                                                                                              Geom. Stefano Simoncini

lunedì 27 febbraio 2012

Benvenuto a Bordo

Il 29 febbraio p.v Alessandro Alessandrini lascia il posto di Capo Ufficio Traffico al Comune di Ancona, dopo oltre 40 anni di attività. Finalemnte dal 1 marzo lo avremo per le nostre attività. Quindi, un caloroso Benvenuto a Bordo a Sandro

Velocità e neutrini

(Roma 23 febbraio 2012) - Il Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare (Cirn) si trova in questi giorni a spaziare su argomenti più variegati del solito. Oggi prendiamo atto che le perplessità del Cirn sull’attendibilità dell’esperimento del Cern, quello del “tunnel Gelmini” trovano riscontro nella scoperta di un errore sistematico che è stata la vera causa della scoperta da Nobel, quella che forse con troppo e affatto prudente entusiasmo era stata salutata come una nuova frontiera della fisica in grado di scardinare la teoria di Einstein.

Ci limitiamo soltanto a sottoporre alla cortese attenzione della stampa nazionale quanto da noi scritto al riguardo, ribadendo che quando etichettiamo come “cancro da estirpare al più presto” le fonti da intemperie, come correttamente definiamo le utopie che arricchiscono pochi con pesantissimi e devastanti oneri sulla collettività, lo facciamo in scienza e coscienza, con lo stesso spirito ed amore per la scienza con il quale ci siamo esposti contrapponendo il prudente e distaccato Cirn allo emotivamente entusiastico Cern, entusiamo che ha contagiato taluni, probabilmente sprovveduti in materia, a punto tale da spingerli con orgoglio a dichiarare di avere finanziato la costruzione di un tunnel di 750 chilometri (nel comunicato c’era anche un errore sulla distanza) che avrebbe reso possibile la rivoluzionaria sperimentazione.

Questo fa il paio con l’approccio di altri dicasteri, con l’entusiasmo kyotino del ministro Corrado Clini, sostenitore della prima ora del Protocollo sul controllo delle emissioni antropiche di CO2, gas ritenuto dal Cirn ininfluente sul cosiddetto effetto serra. E sempre in nome del kyotinismo imperante, del controllo delle emissioni dei gas cosiddetti serra si continua a foraggiare la speculazione finanziaria sulle fonti da intemperie. I Verdi gioiscono e noi si rimane al verde.

http://www.alessandriaoggi.it/component/content/article/155-notizie-dal-cirn/534-la-misurazione-della-velocita-dei-neutrini-nellesperimento-del-cern.html

http://www.alessandriaoggi.it/component/content/article/155-notizie-dal-cirn/465-i-ragazzi-della24-e-la-velocita-dei-neutrini.html

http://www.opinione.it/articolo.php?arg=14&art=104109

http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&task=view&id=12867&Itemid=50

http://www.laici.it/viewarticolo.asp?Id=1357


Una domanda retorica. Qualcuno ci citerà per questa nostra posizione critica espressa a caldo? Avremo più credito per quello che diciamo sulla questione energetica e, in particolare, sulle fonti da intemperie.

Assolutamente no. Galileo rischiò il rogo nonostante sia effettivamente la Terra a girare intorno al Sole. Giorgio Prinzi.
(per informazioni e contatti giorgioprinzi@libero.it)

mercoledì 28 dicembre 2011

Massimo Morroni: un altro bel lavoro!


Presentato lo scorso 10 dicembre il volume curato da Massimo Morroni sulla storia di una delle più interessanti fabbriche che operarono ad Osimo negli anni settanta.
Un lavoro di fissazione della Memoria nella realtà industriale di Osimo che sottolinea come la manifattura sia la chiave di volta di ogni progresso e creazione di ricchezza.
Un altro bel lavoro di Massimo Morroni

mercoledì 16 novembre 2011

I Giorni della Gloria e della Sofferenza

Cattolici e Risorgimento italiano

di Pier Luigi Guiducci

(Editrice ELLEDICI - pagg. 160 - Prezzo 16,00 €)

Rivoli (Torino) – novembre 2011 – Sta per arrivare in libreria il nuovo libro I giorni della gloria e della sofferenza. Cattolici e Risorgimento italiano di Pier Luigi Guiducci (Editrice Elledici, pagg. 160, Prezzo 16,00 €).

Il volume offre una sintesi storica chiara ed esauriente per leggere il Risorgimento da un’angolazione spesso trascurata: quella del coinvolgimento dei cattolici.

Nel XIX secolo il periodo risorgimentale italiano (1820-1870) fu segnato da una sofferta interazione (talora apertamente conflittuale) tra il Regno di Sardegna (poi d'Italia nel 1861) e la Chiesa cattolica.

Davanti ai disavanzi economici, legati anche alle vicende belliche, gli organi statali del tempo adotteranno una serie di misure mirate ad acquisire in modo forzoso il patrimonio ecclesiastico, unitamente a ulteriori normative giurisdizionaliste.

In fase postunitaria fu infatti negato il riconoscimento a tutti gli Ordini, le Corporazioni e le Congregazioni religiose regolari e secolari, ai Conservatori ed ai Ritiri che comportassero vita in comune e che avessero carattere ecclesiastico.

I beni di proprietà di tali enti furono soppressi e incamerati dal demanio statale. Fu poi sancita la soppressione degli enti morali ecclesiastici ritenuti superflui dallo Stato per la vita religiosa del Paese. In ultimo fu esteso l’esproprio dei beni ecclesiastici anche ai territori provenienti dagli Stati Pontifici e, quindi, anche a Roma, la nuova capitale. Tale linea politica presentò ampie zone d’ombra.

Malgrado il contesto descritto, il contributo dei cattolici non fu certo assente dalle diverse fasi storiche che condurranno alla proclamazione dell’Unità d’Italia.

Tale contributo è evidente in tutte le diverse correnti che caratterizzarono la spinta verso un superamento delle situazione definitasi con il congresso di Vienna del 1815.

Questo volume offre in cinque capitoli

- Risorgimento «senza bussola»? L’apporto culturale dei cattolici

- Risorgimento «senza identità»? L’apporto politico e giuridico dei cattolici

- Risorgimento «disumano»? L’apporto sociale dei cattolici

- Risorgimento «insanguinato»? L’apporto di assistenza dei cattolici

- Risorgimento «scomunicato»? L’apporto di mediazione dei cattolici

una lucida narrazione degli eventi storici che hanno visto il cattolicesimo interagire con gli eventi del Risorgimento italiano attraverso la meticolosa ricostruzione condotta nelle pagine di questo prezioso libro da Pier Luigi Guiducci, Docente di Storia della Chiesa presso la Pontifica Università Lateranense e presso l’Università Pontificia Salesiana, autore di molteplici opere, tra le quali, per la ELLEDICI, La Chiesa nella storia. Duemila anni di Cristianesimo(2008).





Per informazioni:

Ufficio Stampa Elledici - Alessandro Mormile e Giovanni Godio

Tel.: 011.95.52.162 - 334.6756435 (cell. Mormile)

Fax: 011.95.74.048 - E-mail: ufficiostampa@elledici.org

giovedì 20 ottobre 2011

Libro "Salvare il salvabile" presentato il 1 ottobre 2011 alla Biblioteca

Il luogo ove è stato firmato l'armistizio il 3 settembre 1943: Cassibile, Sicilia orientale.

A giudizio di chi scrive l’errore sistematico, che con questo volume s’intende superare, è che sinora gli avvenimenti relativi all’armistizio dell’8 settembre 1943 e agli eventi che ne seguirono sono stati giudicati con il senno del poi, nell’ottica della situazione venutasi a creare nel dopoguerra e del clima culturale dominante. Questa è un’ottica che i protagonisti del tempo non potevano avere, pertanto il loro approccio logico doveva inevitabilmente essere differente, persino sui risultati finali del conflitto, che la classe dirigente nazista era convinta di potere ancora volgere a proprio favore. Gli italiani erano stati informati dello sforzo per realizzare risolutive “armi segrete” proprio nella riunione di Feltre del 19 luglio 1943, giorno del bombardamento del quartiere San Lorenzo di Roma. Mussolini, in quell’occasione, rimase a tal punto affascinato e succube dell’esposizione Hitler da non fare cenno alcuno all’intenzione che stava maturando in alcuni ambienti italiani di uscire dal conflitto.

Questo fu probabilmente determinante a creare un clima favorevole a un suo avvicendamento, che come abbiamo visto fu equivoco (la guerra continua) e finalizzato alla tenuta del fronte interno e al mantenimento dell’ordine pubblico.

Se il doppio gioco di Badoglio, del quale parla Churchill, doveva avvenire ai danni degli angloamericani e non dei Tedeschi, molte delle cose incomprensibili e non ancora chiarite di quei giorni possono venire riviste sotto nuova luce e persino razionalmente spiegate. In questo volume si avanza l’ipotesi dell’inganno strategico ovvero attirare in una trappola gli Alleati, farli sbarcare, fingere inizialmente di combattere e poi o decidere la resa,rispettando i patti, oppure ributtarli a mare, con i Tedeschi compartecipi del disegno.

Forse diffidavano, ma in questo caso le assicurazioni di Badoglio e di Vittorio Emanuele a Rahn devono venire lette sotto un’ottica diversa da quella corrente, che attribuisce loro un’incredibile faccia di bronzo. Gli avvenimenti cominciarono a precipitare solo nel pomeriggio dell’8 settembre, quando apparve chiaro che Eisenhower non era disponibile a sentire ragioni e che la parte italiana doveva “prendere o lasciare”, cioè continuare il gioco pericolosamente oltre il previsto, avallando uno strumentale armistizio, oppure denunziare gli accordi di Cassibile, ma compromettere la fase cruciale dell’inganno strategico che avrebbe dovuto concretizzarsi entro pochi giorni.

Altro punto che sembra accreditare la nostra tesi, ed in particolare che la cosiddetta “fuga da Roma” avesse inizialmente come meta Chieti e non Brindisi, è l’atteggiamento tenuto dai membri della comitiva regia nella sosta presso i duchi di Bovino, dai quali si erano recati a pranzo. Il Sovrano, che fece notare di avere nel portafogli una somma di poco superiore alle mille lire dell’epoca, il duca d’Acquarone, che confessò di avere con se solo il vestito che indossava, Badoglio che rafforzò le sue convinzioni con un riferimento alle sue origini piemontesi, tutti ribadirono, e con enfasi, che l’allontanamento da Roma sarebbe stato un evento di pochi giorni.

Sono affermazioni incomprensibili, addirittura da scriteriati, se le si giudica alla luce di come sappiamo andarono a finire le cose; al contrario, se le si interpreta alla luce della nostra tesi, che la cosiddetta “fuga da Roma” doveva essere, portandosi al limite del versante opposto dell’Appennino, un prudenziale allontanamento dalla costa tirrenica e dall’area di Roma dove avrebbe dovuto infuriare – così si pensava – una violenta battaglia aeronavale e terrestre per respingere più teste di ponte di un massiccio sbarco previsto in forze, allora queste strane e sinora illogiche affermazioni di ottimismo acquistano significato e soprattutto si spiegano in maniera logica e pertinente.

Il volume presenta questa tesi che può essere accettata o meno, ma con l’ottica che alla fine di questi inganni reciproci, si dissolse ogni potere per la Monarchia e per gli Italiani arrivò il momento delle scelte, dalle quali si creò l’architettura della Guerra di Liberazione



Gli Autori:
Giorgio Prinzi, ingegnere e giornalista pubblicista, è stato presidente due mandati (sei anni) Vicepresidente Nazionale dell’Associazione Nazionale Genieri e Trasmettitori d’Italia (Anget). Attualmente è Segretario del Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare (Cirn); Consigliere Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti; membro del Comitato Esecutivo dell’Istrid (Istituto Studi Ricerca Informazione Difesa); responsabile per la comunicazione del progetto “Storia in laboratorio”.


Massimo Coltrinari, Generale, Laureato, è Titolare di Storia Militare all’ISSMI, Cattedra di Dottrine Strategiche. È Direttore della Rivista “Il Secondo Risorgimento d’Italia”, e ideatore e responsabile scientifico del Progetto “Storia in Laboratorio”nonché della Collana edita presso la Società editrice Nuova Cultura con lo stesso titolo di “Storia in Laboratorio”. E’ Cultore della Materia presso la cattedra di Geografia Politica ed economica, Facoltà di Scienze Politiche, Dipartimento di teoria Economica, Università La sapienza, Roma


Il volume è acquistabile in tutte le librerie d'Italia. Per ordini diretti: ordini@nuovacultura.it
per informazioni e apprfondimenti: risorgimento23@libero.it
per conttattare gli Autori
 Giorgio Prinzi: giorgioprinzi@libero.it
Massimo Coltrinari: massimo.coltrinari@libero.it

Fare Cultura

CONVERSAZIONI CON L’AUTORE


La Pro Castelferreti, in collaborazione con la Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, nel quadro del progetto Storia in Laboratorio, per l’Anno Accademico 2011-2012 promuove incontri durante i quali, conversando, l’Autore dibatte con i presenti i temi trattati nel volume che si presenta.

Gli incontri avranno luogo presso

la Biblioteca “L Radoni”, Sala del castello, Piazza della Liberta 17, Castelferretti

Il Calendario è il seguente:

Sabato 1 0ttobre 2011, ore 17.

Giorgio Prinzi, Massimo Coltrinari
Salvare il Salvabile
La crisi armistiziale dell’8 settembre 1943: per gli Italiani, il momento delle scelte.


Sabato 19 Novembre 2011, ore 17.

Paolo Colombo, Massimo Coltrinari,
La Divisione “Perugia”
Dalla tragedia all’oblio. Albania 8 settembre -3 ottobre 1943. 2009


Sabato 21 Gennaio 2012, ore 17.

Massimo Coltrinari,
La Guerra Italiana all’URSS. 1941-1943. Le Operazioni,
Volume I, I Prigionieri Italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica



Sabato 19 Marzo 2011, ore 17.

Pierivo Facchini
La campagna di Tunisia. 1942-1943
La Perdita della sponda Africana e le premesse dello sbarco in Sicilia.



Sabato 20 Maggio 2012, ore 17.

Massimo Coltrinari,
L’Ultima difesa pontificia di Ancona. 7-29 settembre 1860
La fine del potere temprale dei Papi (1532-1860) nelle Marche

Il programma può subire variazioni

Informazioni dettagliate si possono essere sul blog

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10 giugno 1940

Uscite stremate dalla Grande Guerra Francia e Gran Bretagna, con la Russia zarista scomparsa dalla carta geografica e sostituita dall’URSS, pensavano di aver mantenuto il loro potere. A Versailles, non furono prodighi con l’Italia che sì, ebbe Trento e Trieste, ma depauperata di quello che erano le sue pretese nei Balcani. Fu la “vittoria mutilata” e la crisi conseguente di Fiume. La Germania fu duramente punita e questa miope politica di rivincita minò la Repubblica di Waimar e portò il popolo tedesco verso posizioni di riscatto e rivincita, che furono colte dal partito nazionalsocialista che, con a capo Hitler, ebbe il potere totale. Uno dei cardini della sua politica fu l’annullamento delle clausole di Versailles e la rivincita contro Francia e Inghilterra.


La potenza tedesca in centroeuropea fu di nuovo in crescita in modo esponenziale La Germania dopo aver annesso per via diplomatica i Sudeti e l’Austria, predisposto un esercito potentissimo, attaccò la Polonia per avere Danzica. Si ricreò la situazione del 1914: non si poteva permettere alla Germania di essere così potente e Danzica, come Sarajevo, fu la scintilla che generò il conflitto mondiale.

La situazione nei rapporti di potenza, però, era diversa. Francia e Gran Bretagna erano deboli stremate e poco armate e non in grado di affrontare la Germania. Adottarono una strategia “dal debole al forte”, ovvero una strategia indiretta. cercando di diluire il più possibile la potenza tedesca nello spazio, aprendo più fronti possibili. Abbandonarono la Polonia, rimanendo sulla difensiva sul fronte occidentale. E la “drole de guerre”, in cui, come nel 1914, non vi è un ruolo per l’Italia

In visita a Londra nel 1938 al gen. Ulrich capo della Lufwaffe fu chiesto chi avrebbe vinto la prossima guerra. La risposta fu profetica: “non so chi la vincerà,, ma sicuramente so chi la perderà: quella colazione in cui avrebbe militato l’Italia.”

Significando con ciò che tutte le potenze vincitrici della prima guerra mondiale erano uscite stremate. E in questa prospettiva L’Italia ebbe assegnato il suo ruolo nel quadro della strategia indiretta. Doveva essere accanto alla Germania, divenendone un peso. E così fu.

Bloccate le forniture di carbone, essenziale per sopravvivere, nel marzo 1940, l’Italia entrò in guerra abbagliata dalla folgorante impresa tedesca del maggio del 1940: sconfitta la Francia in quattro settimane con la Gran Bretagna alle corde, Mussolini cedette che ormai la guerra era vinta per la Germania. L’Italia voleva essere al tavolo della pace, dalla parte dei vincitori, per avere il suo bottino. Il 10 giugno 1940, conscio che l’Italia era militarmente ed economicamente impreparata, dichiara la guerra; questa fu annunciata a una folla delirante, in una “adunata” oceanica; fu una grande festa, ma che preluse a trentanove mesi di sconfitte e tragedie, finiti con la crisi armistiziale dell’8 settembre 1943, la pagina più buia della recente storia d’Italia.

Affresco alla Cappellina del Cimitero.

domenica 18 settembre 2011

La prima pagina del Corriere Adriatico del 12 settembre 2001


La sorpresa per l’attacco alle Due Torri traspare nella pagina del 12 settembre 2001. Si hanno notizie errate, come il numero dei morti che si rivelerà per fortuna di molto inferiore, e non si ha la percezione di quello che effettivamente sia successo. Si calca la mano sul ruolo della televisione che in quelle ore di sgomento e paura mandava in onda immagini di fuoco e distruzione in continuazione. La normalità il passato che dall’11 settembre divenne tale, è portato in margine, con la pubblicità che evidenzia ancora di più la tragedia che annuncia una nuova era mondiale. Non si coglie chi effettivamente ha operato e colpito gli Stati Uniti che per la prima volta sono sotto attacco sul proprio territorio ed hanno vittime tra i loro cittadini. Crolla, con quello delle Due Torri il cardine della sicurezza degli Stati Uniti: nessuno è in grado di portare la guerra, nelle sue forme più variegate, nel territorio metropolitano americano. Una certezza svanita che sconvolge ogni statunitense.

Per apprfondire: scrivere a ricerca23@libero.it

venerdì 2 settembre 2011

Lezioni di Storia: La Fine del papa re

Sergio Sparapani presiede a Senigallia la Terza Lezione di Storia del 2011 dal tema "La fine el Papa re”. Senigallia capitale dimenticata, Pio IX Le Marche e il Regno d’Italia.


Una Lezione quanto mai interessante alla vigilia dell’arrivo di Benedetto XVI in Ancona per il Congresso eucaristico.

La Fine del potere temporale dei Papi rappresenta uno egli elementi positivi della Chiesa Cattolica Romana, che nel corso dell’ottocento si era impantanato in una religione feticista, reazionaria, e conservatrice. Le guerre per l’Unità d’Italia hanno permesso allo alla Curia Romana di uscire del pantano in cui era caduta con la restaurazione del 1815, alle merce dell’Austria e della Francia.

L’occasione può essere propizia per affrontare dei temi del passaggio delle Marche dallo stato preunitario allo stato nazionale, come ad esempio la croce cattolica posta sopra l’Ossario dei Caduti del 18 settembre, a castelfidardo ove sono sepolti i Soldati sardi. Questi Soldati, scomunicati, dovrebbero essere rispettati.

La Croce è stata posta nel 1903 della allora Contessa Ferretti con evidente atto prevaricatore. Uno dei tanti esempi di problematiche aperte, che si potrebbero affrontare avviando studi e ricerche basate su rigore scientifico e non funzionali a qualche interesse, sia legittimo che illegittimo.

Interverranno Marco Severini dell’università di Macerata e Giovanni Sabbatucci dell’università la Sapienza.

venerdì 1 luglio 2011

Giulio Marchetti, vittima dell'Internamento in Germania



La crisi armistiziale del settembre 1943 ha messo gli Italiani di fronte a se stessi. Dopo un ventennio di dittatura, voluta dalle classi dominanti per mantenere i loro privilegi e per non attuare quelle riforme sociali promesse durante i giorni tremendi della prima guerra mondiale all’indomani di Caporetto, ed una guerra durata 39 mesi voluta dal regime fascista in cui non si erano ben definiti gli obiettivi strategici e soprattutto non si avevano dottrine, mezzi, materiali per affrontarla, l8 settembre 1943 tutti i nodi vennero al pettine. Travolta dai suoi stessi errori, la Monarchia, complice del fascismo, non trovò di meglio che fuggire da Roma, mettersi al sicuro dietro lo scudo alleato, e lasciare gli italiani senza guida, sena protezione, senza legge, alla merce del nostro nemico ereditario, che si presentava sotto le vesti, questa volta, del nazista espressione di quel regime del genocidio che ha segnato di sangue il secolo breve.

I grandi drammi politico- scoiali non possono che riverberarsi sulla vita di ogni uomo e donna. E la generazione, nata sotto il fascismo, ma per la gran parte non contaminata da esso, si trovo di fronte a se stessa: come tutti gli italiani si dovette scegliere sull’onda degli avvenimenti.

Per molti soldati non ci fu nemmeno questo. Sorpresi dall’iniziativa tedesca, che già all’indomani del 25 luglio aveva predisposto piani ed azioni per ridurre l’Italia in schiavitù, appena fu proclamo l’armistizio la furia teutonica si abbattè sull’Italia e sugli Italiani.

Soprattutto sui militari. Questi, lasciati senza ordini, non ebbero la possibilità di difendersi e furono tutti catturati ed inviati in Germania, come lavoratori schiavi, senza lacuna protezione giuridica, nemmeno riconosciuto lo status di prigionieri di guerra. Erano considerati poco al di sopra degli Ebvrei, destinati allo sterminio, ed ai prigionieri della Unione Sovietica, che non godevano delle protezioni del Diritto Internazionale. Furono 600.000 i soldati che ebbero questa sorte. Una sorte, però, che nella tragedia, come tutto quello che riguarda la guerra di Liberazione. Si trasformò in epopea e forza morale ed esempio.

I seicentomila, ebbero il coraggio morale e civile di rifiutare ogni proposta accomodante e dei nazisti formulata attraverso i collaboratori della Repubblica di Salò. Fu un no generalizzato, detto e mantenuto da una generazione che il fascismo aveva cresciuto ed allevato. Un no che fu di fatto, anche agli occhi dei tedeschi, la deligittimazione della Repubblica Sociale Italia. E’ quel fronte della resistenza, il fronte della resistenza del filo spinato che è una delle pagine più esaltanti della nostra storia recente e che rappresenta uno dei fondamenti della Nostra repubblica.

Con questi sentimenti, appena appreso dai quotidiani locali del rientro ad Osimo della salma del milite Giulio Marchetti morto nell'ultimo conflitto in Germania nel 1944 e li sepolto nel cimitero militare Zehlendorf di Berlino, l'ANPI ha comunicato ai familiari del bersagliere Caduto la propria intenzione di rendere omaggio al concittadino vittima ferocia nazista, assicurando la presenza della bandiera dei partigiani osimani sia all'arrivo dei resti nel cimitero di S. GIovanni sia alla funzione religiosa di sabato2 luglio 2011 

venerdì 27 maggio 2011

La Guerra nei Balcani

Il Cossovo nel 1999

Pristina Luglio 1999
Gli avvenimenti in Jugoslavia hanno posto drasticamente alla attenzione internazionale il problema delle etnie balcaniche, soggette, per vari motivi, a quello che in termini giornalistici e geopolitici si chiama "pulizia etnica". In particolare questa pulizia riguarda, da una parte la componente albano-cossovara del Cossovo, e dall’altra la parte serbo-cossovara dello stesso Cossovo. Tutto ebbe inizio con la frantumazione della Repubblica Federale Jugoslava, nata dalla guerra di resistenza condotta dal Maresciallo Tito, prima con in Croazia, Poi in Bosnia ed infine in Cossovo e che ultimamente ha raggiunto aspetti inquietanti ed allarmanti. I vari aspetti e i diversi gradi di attuazione di questa politica, con particolare riferimento al Cossovo, con le sue motivazioni ed implicazioni sono oggetto di questa nota.



Un problema dalle origini lontane



Il venerdì di Pasqua del 1939 l'Italia invade l'Albania. Nei circoli diplomatici europei, a commento di questa notizia, circolava la battuta " è la stessa cosa di un marito che rapisce la propria moglie", battuta che voleva sottolineare la forte influenza che l'Italia aveva nel paese Schipetaro. Mussolini e Ciano, però, volevano aggiungere un altro alloro alla Corona d'Italia: infatti diedero vita alla Unione del Regno d'Albania al Regno d'Italia, nella persona di Vittorio Emanuele III. Scopo ultimo di questa azione era quello di creare in Albania il Nuovo Modello di Stato del Nuovo Ordine Europeo. Un progetto che rimase in gran parte sulla carta, ma che assorbì gran parte delle scarse risorse strategiche italiane. La presenza italiana in Albania fu improntata a puro imperialismo, anche se marcato di una vena di paternalismo latino-mediterraneo che contenne l'occupazione negli alvei della normalità.

Un duro colpo al prestigio italiano venne dalla campagna di Grecia, quando il nostro Esercito, dopo aver attaccato il 28 ottobre la Grecia, fu costretto alla difensiva e nel dicembre del 1940 rischiò di essere ributtato in mare. La propaganda italiana per questa guerra si era incentrata sulla volontà di Roma di strappare alla Grecia la Ciamuria, regione a presenza albanese nonché parte della Macedonia, da annettere alla Albania. Questo progetto della Grande Albania vedeva i nazionalisti albanesi entusiasti: finalmente il loro sogno, anche se con il concorso di un paese straniero si stava avverando. In molti pensavano che aver puntato sull'Italia abbandonando Re Zogu I era stata una scelta felice. La campagna di Grecia, e la sua conclusione, ovvero l'intervento tedesco che in tre settimane sconfisse la Jugoslavia e la Grecia, pose agli albanesi molti interrogativi. Era palese che l'Italia non era la grande potenza che voleva apparire; la vera potenza era la Germania. Questo si rilevò ancor più al tavolo delle spartizioni. Alla Albania furono annessi territori, ovvero fu annesso il Cossovo, ma la Ciamuria rimase Grecia, mentre parte della Macedonia passo alla Bulgaria. Se da una parte ci si rallegrava della annessione del Cossovo dall'altra il sogno di realizzare la Grande Albania era rimandato. Negli anni 1941 –1943, la presenza italiana in Albania era tollerata: gli albanesi si erano convinti, anche per l'andamento della guerra, che avevano scelto l'alleato più debole. Nonostante gli sforzi di Roma per migliorare la situazione, ormai il prestigio italiano era molto basso. Sul finire del 1942 si hanno le prime sporadiche ribellioni e attacchi alle caserme dei Carabinieri.

Con la primavera del 1943, si sviluppa in Albania l’opposizione a Roma, con evidenti simpatie per la Germania. Nel luglio 1943, dopo la caduta del fascismo, il fronte della Resistenza, che comprende nazionalisti, zoghisti, indipendentisti, socialisti e comunisti, si rafforza, anche se non riesce a svolgere azioni armate consistenti. Da notare che i tedeschi, in Albania erano completamente assenti, tranne poche centinaia di uomini della contraerea fino all'agosto del 1943.

Con l’armistizio del 8 settembre, i tedeschi entrano in Albania, catturano gli italiani e danno vita ad un governo nazionalista che asseconda i loro scopi. Nel contempo il fronte della Resistenza si spacca e mentre i zoghisti e i monarchici rimangono neutrali, il Balli Kombetar (Fronte Nazionale) passa a collaborare. I comunisti di Hohxa danno vita alla resistenza armata, anche con l’aiuto dei soldati italiani saliti in montagna. In questa guerra i kosovari, che subito si erano alleati ai tedeschi , si distinguono per la loro intransigenza. Saranno loro che garantiranno per i tedeschi l’ordine in Albania, nel quadro generale del nazionalismo albanese e della Grande Albania. La lotta è contro le formazioni partigiane di Hohxa che riescono però a condurre azioni sempre più in profondità. Hohxa deve anche tenere in evidenza i rapporti con il potere vicino di Tito e con l’influenza dei jugoslavi nelle sue azioni. Le formazioni Cossovare sono la punta di diamante delle forze nazionaliste e si impegnano a fondo contro i partigiani. Sarà questo atteggiamento, sostenuto dalla nobiltà terriera e dalla dirigenza cossovara che peserà molto nelle decisioni del dopoguerra.

Nella conferenza di Mukje (1943), Tito si oppone decisamente a che, nella sistemazione a vittoria conseguita, il Cossovo rimanga nell’Albania. E’ uno dei contrasti che dividono Hohxa e Tito, ma in nome del socialismo non si giunse ad una rottura. Il Cossovo, peraltro, nella costituita Repubblica di Jugoslavia non ottiene lo Status di Repubblica, come invece è accaduto ad altre comunità linguistico-culturali quali i Croati, i Serbi, gli Sloveni. In seguito al Cossovo è stato concesso lo Status di provincia autonoma, sempre però nell’ambito della Repubblica di Serbia.

La costituzione del 1974 conferma ai kosovari di partecipare alle principali Istituzioni Federali es. Parlamento, Presidenza della Repubblica ed ampliava la sfera dell’autonomia : Assemblea Parlamentare, uso della lingua albanese, pubblica istituzione, sistema bancario, polizia, Corte di Giustizia e tributari, mass-media in lingua albanese. Ma non venne riconosciuto, al pari delle altre repubbliche della Federazione, il diritto alla autodeterminazione, ovvero alla possibilità di uscire dalla Federazione Jugoslava.

La morte di Tito diede il via ad una serie di rivolte verso il potere centrale.

Nel 1986 si ha la presa del potere di Slobadan Milosevic e per il Cossovo si attenua la sua fisionomia di provincia autonoma. Il 23 marzo 1989 l’assemblea della Repubblica di Serbia appone emendamenti alla costituzione che nella sostanza si traducono in restrinzioni alla autonomia alla provincia. Con la loro formale istituzione nel 1990, in pratica si ha l’abolizione dello Status della provincia autonoma, con la abolizione di tutti gli organi regionali, legislativi, esecutivi e giudiziari. Questi provvedimenti furono presi con la giustificazione di evitare ulteriori abusi da parte degli organi regionali kosovari.

La Costituzione serba, del 1990, prevedeva il Cossovo ancora come “Regione autonoma” (art. 108 e 112), con le facoltà di emanare un proprio “statuto” ed il riconoscimento di specifiche competenze nei settori culturale, dell’istruzione, sanità, della protezione sociale e dello sviluppo economico, senza, peraltro, poteri legislativi tranne in specifici casi di delega da parte del Parlamento serbo. Gli organi di autonomia regionale erano e sono tuttora il Parlamento ed il Consiglio Esecutivo. Tutto questo, non trova attuazione dalla parte albano-cossovara, in segno di protesta contro emendamenti apportati al governo serbo.

Inoltre gli albano-kosovari diedero vita (dicembre 1989) alla “Lega Democratica del Cossovo” (Lidjha Democratike e Kosoves – LDK), che rappresentava il Partito della identificazione etnica degli Albanesi. Ibrahim Rugova, un intellettuale, Presidente dell’Unione degli Scrittori, divenne il leader carismatico della nuova formazione politica. Il 17 settembre 1990 e delegati dell’Assemblea Parlamentare albano-cossovara, riunitisi clandestinamente a Kacanic, proclamarono la Costituzione della Repubblica del Cossovo, con l’intento di costruire un’etnia indipendente. AL fine di concretizzare tale iniziativa gli albano-kosovari costituiscono istituzioni “parallele”.

Nel 1991 fu tenuto in Cossovo un referendum cui partecipò l’87% degli aventi diritto (i Serbi hanno boicottato il voto) ed il 99,87% dei votanti si espresse a favore dell’adozione della Costituzione; il 19 ottobre 1991, l’Assemblea Parlamentare albano-cossovara proclamava il Cossovo Stato sovrano ed Indipendente.

La “Repubblica del Cossovo”, fatta eccezione per l’Albania (1992), non venne riconosciuta dalla Comunità Internazionale, preoccupata di salvaguardare il principio dell’inviolabilità delle frontiere sancito dalla Carta di Helsinki.

Nel maggio 1992, si svolsero nella Provincia le prime “elezioni parallele generali” che sancirono la nomina di Ibrahim Rugova alla carica di Presidente dell’autoproclamata Repubblica nonché la costituzione di un “Parlamento” albano-kosovaro. Seguì la formazione di un “Governo” guidato dal Primo Ministro Bujar Bukoshi, in esilio in Germania, costituito da esponenti dei vari Partiti rappresentativi della comunità albano-cossovara.



Una provincia sfruttata.



Il Cossovo è povero ed aveva, fino a metà degli anni ottanta, una disoccupazione diffusa; una struttura sociale arretrata, con ancora la presenza di famiglie patriarcali, che nel 1981 aumentavano a 9.000 con circa 15 membri e 300 con altri 20 membri, ed una popolazione per 2/3 rurale.

La regione, peraltro è ricca di minerali e di risorse energetiche, tra le più fertili del sud della Jugoslavia; esistono adeguate infrastrutture per uno sviluppo costante ed adeguato.

Il territorio è ricco di metalli non ferrosi, come bauxite, piombo, zinco e nichelio. Le risorse di bauxite ad esempio sono stimate in 9,7 milioni di tonnellate, a fronte di una produzione di 110-120 tonnellate annua. Le risorse di piombo e di zinco sono circa 53 milioni di tonnellate anche se la produzione è in declino. Le risorse di nichel sono circa 24 milioni di tonnellate. Le risorse energetiche sono la lignite e soprattutto la produzione di energia elettrica.

L’agricoltura è la risorsa naturale più importate. Il 53,6% del territorio (1.088.000 ha.) pari a 590.000 ha è dedicato all’agricoltura, di cui il 70% è coltivabile ed il restante 30% a pascolo. Le foreste sono sul 41,8% del territorio, pari a 447,456 ha. La densità della popolazione è, peraltro, un fattore frenante in quanto il rapporto tra ha e persona nel Cossovo è di 0,25, mentre nel resto d’Europa è dello 0,25(?).

L’industria presenta miniere di carbone, due centrali elettriche con una capacità di 79Mw, ed altri impianti minori.

Il potenziale economico del Cossovo non è stato a fondo sfruttato in quanto il modello di sviluppo imposto da Belgrado ne ha limitato lo sviluppo stesso. Le risorse del Cossovo, in pratica venivano destinate al resto della Federazione, con lo sviluppo della sola industria di base a scapito della trasformazione strutturale e tecnologica con sviluppo della media e piccola industria e del turismo. Questo sta a significare che mentre il Cossovo con i suoi prodotti (metallurgici ed energetici) contribuiva a livello nazionale alla creazione del 45% del prodotto industriale, del 35% dei posti di lavoro, e del 60% del capitale fisso, in effetti la sua partecipazione al P:I.L. era solo del 2%.

Questa situazione fece si che nella etnia albano-cossovara fosse persistente la certezza che il resto della Federazione sfruttava la Provincia. Il Kossovo dava molto, ma riceveva poco

Dopo il 1990, la situazione si è ulteriormente aggravata e si può dire che la sovranità economica del Cossovo è scomparsa e quindi si è avuta la riduzione delle attività produttive ed industriali, il blocco degli investimenti, la cattiva gestione delle imprese pubbliche, la perdita dei mercati monetari.

In tabella I gli indicatori di sviluppo sociale del Cossovo in relazione a quelli della Repubblica Federale di Jugoslavia.



La etnia albano-cossovara e la popolazione del Kossovo



Il Cossovo ha una precisa identità etnica. Secondo le stime del Provincial Istitut of Statistics di Prestina, i cui dati sono stati rilevati dall’UNICEF, nel 1998 il Cossovo aveva una popolazione di 2.150.000, di cui due milioni, pari al 90%, si dichiarava di nazionalità albanese. Su queste cifre si è molto discusso, in quanto non tutti le accettano. Secondo l’ultimo censimento ufficiale della Repubblica Federale di Jugoslavia, del 1981, nel Cossovo, la popolazione era di 1.584.440 abitanti, di cui 1.226.736 albanesi, pari al 77,4%, con un densità di 145,3 abitanti per Kmq.

I dati del 1991 non sono disponibili o non sono completi, avendo l’etnia albanese di tutto il territorio federale jugoslavo, boicottato il censimento, denunciando le scarse condizioni per una corretta realizzazione. In ogni caso tutti gli osservatori concordano nell’individuare in circa 1.800.000 albanesi gli abitanti del Cossovo.

Se vogliamo vedere i gruppi etnici, il 90% è il gruppo etnico albanese, il 7% quello serbo, lo 0,5% montenegrino, il restante 2,5% di altre etnie, tra cui una consistente colonia turca.

I serbi nel Cossovo, secondo il censimento del 1981 erano 209.000; 194.000 nel 1991, nel 1997 180.000, mentre attualmente sono 175.000. Questa popolazione serba si divide in popolazione indigena serba, serbi residenti per motivi di lavoro prevalentemente forze di sicurezza e forze armate, rifugiati provenienti dalla Croazia e dalla Bosnia Erzegovina. La popolazione montenegrina nel 1991 era di circa 20.365 abitanti, nel 1993 era scesa a 10.000 persone.

I due gruppi etnici albanese e serbo, dominanti nel Cossovo sono diversi per religione, lingua ed alfabeto.

Gli albano-kosovari, sono di religione prevalentemente musulmana; la lingua è un idioma simile a quella utilizzata nel nord dell’Albania. Era usanza fino ai primi degli anni ’90 che gli albano-kosovari parlassero il serbo, almeno nelle città del Cossovo. Questa usanza è decaduta con la separazione totale del sistema scolastico avvenuto dopo gli anni ’90, un’intera generazione di albano-kosovari ha frequentato la scuola senza avere avuto l’opportunità di studiare la lingua serba.

I serbi sono di religione cristiano-ortodossa, usano la lingua serba ed usano l’alfabeto cirillico; da notare che l’alfabeto latino era usato fino alla disgregazione della Repubblica Federale di Jugoslavia.

L’etnia cossovara è vitale. L’età media della popolazione di questa etnia è sui 24 anni; oltre il 45% è sotto l’età di 18 anni, ed il 70% sotto quella dei trenta. Nel Cossovo si registra il tasso di mortalità più basso d’Europa, pari al 23,1%, a cui fa riscontro il più alto di mortalità infantile che è del 27,8% nati vivi.

Il censimento nel 1981 rilevava che la donna dedita ai lavori agrari ha in media 6,7 figli ed è interessante leggere la tabella II con le altre percentuali. Il tasso di occupazione della donna in Cossovo (censimento del 1981) era del 15% del totale degli albano-kosovari occupati; il tasso di analfabetizzazione femminile è del 26,3%, e supera il 35% nelle donne col oltre 35 anni. Da sottolineare che il rapporto tra il tasso di crescita della popolazione albano-cossovara e quella serba è di 16 a 1.

Di conseguenza si può stimare che con l’attuale tasso di crescita e quindi l’attuale progressione, nel 2020 la popolazione serba diventerà una minoranza. Nell’ambito della Serbia, la distribuzione degli albanesi in genere, nella regione balcanica è data dalla tabella II, e questa crescita della popolazione e albanese e albano-cossovara è un altro motivo di instabilità della regione.



Le prime minacce: la situazione sanitaria



L’aspetto sanitario della popolazione presenta dati interessanti; nel 1989 nella regione erano operanti 57 ospedali e cliniche. Il personale sanitario era composto da 8.547 unità, di cui 1897 medici, 414 dentisti, e 192 farmacisti. Il numero dei posti letto/ospedale era di 3,1 per mille abitanti; un dato estremamente significativo se lo si pone in relazione a quello della Serbia, che era più del doppio 6,1.

Dal 1989 è operante nel Cossovo la cosiddetta “Serbizzazione” politica voluta da Belgrado e volta a equilibrare il rapporto etnico tra serbi e kosovari nella regione. In questa ottica il personale medico sanitario di etnia albanese che operava nelle strutture sanitarie pubbliche venne via via sostituito da personale serbo.

Non poteva non esserci la reazione cossovara : infatti gli albanesi attuarono il boicottaggio del sistema sanitario nazionale e , di pari passo, fu avviata la creazione di una parallela struttura sanitaria autonoma.

Tale situazione, nonostante l’impegno, ha determinato una inadeguatezza delle infrastrutture e della strumentazione disponibile, come conseguenza si è osservato un aumento, nei primi anni ’90 delle malattie, soprattutto infantili, che potrebbero sfociare in un diffondersi di epidemie. La situazione sanitaria si è ulteriormente aggravata in questi ultimi anni. Si è calcolato che un terzo della popolazione cossovara sia colpita da scabbia e/o tubercolosi; inoltre sono in aumento i focolai di tubercolosi e di molte altre malattie infettive; ancor più allarmante è il dato che molte malattie, che si erano considerate debellate, (tetano, poliomelite, febbre emorragica) sono ricomparse.

Sono stati registrati casi di epatite di tipo B. La situazione è sempre più precaria, soprattutto tra gli sfollati e i profughi, ove si considera l’alto tasso di promiscuità, la carenza di acqua potabile, l’assenza di medicine e generi alimentari, soprattutto tra coloro che si sono rifugiati in aree impervie.

In pratica la situazione sanitaria è estremamente precaria, con la ridotta capacità di posti letto, che in virtù delle due strutture sanitarie parallele esistenti è scesa (dato 1998) a 2,6 posti letto per 1.000 abitanti.





Il dramma della etnia albano-cossovara, di quella serbo-cossovara e la Comunità internazionale.



Abbiamo visto sopra le origini recenti del conflitto tra le autorità di Belgrado e la popolazione del Cossovo.. Gli ultimi avvenimenti (1998-1999) sono tali che portano a considerare realistica l’idea che detta etnia (albano-cossovara) possa essere eliminata o dispersa. La Comunità internazionale non poteva di fronte a questo rimanere inerte.

Il 6 ottobre 1998 il Consiglio dell’ONU aveva approvato la Risoluzione 1199 con la quale chiedeva alla Jugoslavia di cessare ogni azione condotta dalle sue forze di sicurezza contro la popolazione civile e di ordinare il ritiro delle unità di sicurezza utilizzate nella repressione, per rendere possibile un controllo internazionale del Cossovo.

Il Consiglio decideva di considerare “una azione ulteriore e misure aggiuntive”. Non erano specificati i termini di queste misure, in quanto se si fosse fatto indicando un intervento armato, la Russia e la Cina avrebbero opposto il loro voto.

Questa risoluzione faceva seguito ad una precisa azione messa in atto da parte dell’Esercito e della popolazione jugoslava (circa 65.000 uomini) che si era sviluppata per riprendere il controllo di aree controllate dai partigiani di etnia albanese organizzati nell’Armata di liberazione del Cossovo. Questa azione inviata nel luglio del 1998 si protrasse per tutta l’estate fino a settembre e causò la morte di un migliaio di civili kosovari (morti spesso violente con gole tagliate, colpi di pistola alla nuca, villaggi dati alle fiamme). Come se tutto ciò non bastasse, si calcola che oltre 300.000 persone, per lo più donne, vecchi e bambini, sono stati sradicati dalle loro case e vaganti in cerca di sicurezza. L’inverno 1998/99 fu terribile per la popolazione. Secondo dati ONU, su 25.000 abitazioni controllate da funzionari dell’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati, il 60% risultarono distrutte o gravemente danneggiate, ridotte a ruderi, danneggiati, con finestre chiuse con teloni di plastica.

Nel gennaio ’99 si ha l’eccidio di Racak, (45 civili recessi con un colpo alla nuca), a cui seguì un'altra strage di 23 kosovari trovati in un cortile in pozzi di sangue e letame. Ciò a significare che la popolazione Cossovara era in balia degli eventi. Falliti gli accordi di Rambouillet ( ) in cui gli albano kosovari erano lacerati dall’accettazione dell’autonomia con la rinuncia all’indipendenza, la parola passò alla guerra. Il 25 marzo 1999, falliti tutti gli ultimi tentativi, la Nato, con il consenso dei 19 paesi membri, decise di dare all’intervento militare, con l’obiettivo di salvare il salvabile in Cossovo.



Un genocidio in atto?



Secondo l’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati, il numero dei kosovari che hanno abbandonato la regione, dopo l’inizio della crisi nel marzo dello scorso anno fino alla metà di aprile 1999 era di 630.000 persone. Queste erano così ripartite.

Albania 310.000, delle quali 19 giunte prima dello scoppio della guerra; in Fyron (Macedonia) 119.400, delle quali 16.000 prima del 24 marzo 1999; in Montenegro 61.000, delle quali 25.000 prima del 24 marzo ultimo scorso. Negli altri paesi si erano rifugiate 140.000 persone tra il marzo 1998 e il marzo 1999, infine 50.000 persone si sono rifugiate in Serbia. I dati dell’Alto Commissariato non comprendono il numero dei kosovari costretti ad abbandonare le loro case accolti presso parenti ed amici o tuttora vaganti nella regione, in cerca di un rifugio temporaneo che li metta al riparo dalle violenze dei para-militari serbi. Di fronte a questa situazione il 24 aprile 1999 la Commissione dell’ONU per la tutela dei diritti umani, con una risoluzione approvata con 46 voti a favore e uno contrario (quello della Russia) e 6 astensioni, ha manifestato “grave preoccupazione per la pulizia etnica ed i crimini di guerra contro l’umanità perpretati in Cossovo.

La situazione a metà maggio, nonostante tutto, non è migliorata, anzi, per la popolazione cossovara è decisamente peggiorata.

Secondo fonti della Croce Rossa Internazionale i profughi dal Cossovo alla data del 1 maggio 1999 sono circa 969.000. Di questi, 50 mila ( di cui 40.000 di etnia serba)in Serbia; 64 mila in Montenegro; 148 mila ( di cui 17.000 già trasferiti in vari paesi europei) in Macedonia ( Fyrom); 35 Mila ( di cui 24.000 nell'area di Serajevo – sostenuti dalle forze Nato ivi presenti) in Bosnia Erzegovina; 10 Milain Bosnia Repubblica Srpska; 20 mila in Croazia; 8 Mila in Slovenia; 3 mila in Bulgaria; 4 mila in Turchia, circa 175 Mila nella Unione Europea e 367 Mila in Albania.

Da una parte le autorità di Belgrado ed i diplomatici jugoslavi occidentali all’estero continuano a negare che in Cossovo fosse in atto una pulizia etnica ad opera dell’Esercito e delle unità para-militari serbe; si asserisce inoltre, che la fuga dei kosovari albanesi verso la Macedonia, l’Albania, ed il Montenegro era causata dai bombardamenti Nato.

In occidente, e soprattutto l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, si pensa, invece, a raccogliere prove documentate di eccidi e di fosse comuni di civili ad opera dei serbi. Gli osservatori, peraltro, sostengono che la strategia di Belgrado sia quella di ridurre in poche migliaia i kosovari albanesi residenti sul territorio della provincia “Cossovo” mantenendola sotto la propria sovranità. Di conseguenza, le autorità jugoslave mirano a subire i bombardamenti della Nato fino a quando il programma di pulizia etnica nel Cossovo sarà portato a termine; attuato ciò, ammorbidita la propria intransigenza attraverso la mediazione dell’ONU e della Russia a contrattare con la Nato la cessazione delle ostilità.

Sia in questa ipotesi, sia nell’altra egualmente verosimile, ovvero del rientro in Cossovo dei rifugiati, occorre che la Comunità Internazionale predisponga le misure per “alloggiare e far vivere” questi due milioni di persone.



La Comunità Internazionale di fronte al dramma umanitario ha reagito mettendo in atto operazioni il cui scopo è quello di dare immediata assistenza ai rifugiati ed i profughi cossovari, in secondo tempo creare le promesse per ripristinare la normalità nella regione.

La Risoluzione 1203 del 24 ottobre 1998 e con gli accordi di Belgrado del 16 ottobre 1998, firmati dal Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Federale di Jugoslavia e del Rappresentante della Organizzazione della Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OCSE), e gli accordi firmati il 15 ottobre 1998 dal Capo di Stato Maggiore della Difesa della Repubblica Federale di Jugoslavia ed il Comandante supremo delle Forze Nato in Europa (Saceur) il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha autorizzato le missioni per la verifica del rispetto delle risoluzioni 1160 (del 31 marzo 1998) e 1199 (23 settembre 1998). Queste risoluzioni, come noto, sottolineano la volontà del Consiglio di Sicurezza di agevolare una risoluzione pacifica del problema del Cossovo che tenesse conto della integrità della Repubblica Federale di Jugoslavia e della esigenza di autodeterminazione della etnia albano-cossovara. Con tali richiami si era dato l’ordine di porre termine ad ogni conflitto e di agevolare al massimo il ritorno dei rifugiati nelle loro case. Con questo l’OCSE mise in atto una missione di verifica in Cossovo, che prese il nome di Missione di Verifica in Cossovo (KVM). La Nato, in base a questi accordi formulò un piano per coordinare il sostegno agli uomini dell’OCSE. Questi agivano in sicurezza, godendo dello “Status Diplomatico” e la Federazione Jugoslava si incaricò di garantire la loro missione. Nella ipotesi che gli uomini OSCE dovessero essere, per una qualsiasi evenienza, recuperati, la Nato mise in atto un piano per il loro recupero. Nel momento in cui si sarebbe verificata l’ipotesi di un recupero degli Verificatori, la Nato doveva disporre di forze. Per questa ragione furono inviate in Macedonia forze, in cui erano rappresentati tutti i paesi della Alleanza Atlantica, che attualmente, rappresentano la struttura di supporto ed assistenza ai rifugiati kosovari in macedonia, paese che, altrimenti non sarebbe in grado di assisterli o accoglierli. Con il 20 marzo tutta l’operazione ebbe termine, e gli Osservatori raggiunsero la Macedonia, per rientrare nelle sedi nazionali. Una parte dei di questi osservatori, peraltro, è rimasta in Macedonia, come assistenti dell’Alto Commissariato per l’ONU ai rifugiati con compiti, dati la loro esperienza, di anagrafe ed assistenza ai profughi kosovari.

E’ indubbio che qualora la situazione si sbloccasse, ed occorresse una presenza ONU nel Cossovo, l’attuazione di questa missione potrebbe essere di grande aiuto per un primo tentativo di riorganizzazione nella regione.

Altra operazione in atto, per assistenza ai rifugiati, è la “Allied Harbour”. Tale operazione consiste nel dispiegamento di una forza internazionale di circa 10.000 uomini da schierare in Albania per fornire solidarietà ed assistenza ai profughi del Cossovo, dando sostegno all’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati, alle agenzie umanitarie, alle Organizzazioni Non Governative (ONG), alle autorità civili e militari albanesi impegnate nella emergenza cossovara. Questa missione è estremamente vitale, in quanto in Albania l’ordine pubblico è ultimamente gravemente compromesso e la criminalità, sia singola che organizzata gode di ampio potere economico, appoggi e permissività oltre il limite di guardia, aggravata anche dal fatto che, date le condizioni di miseria della popolazione, la rapina, il furto ed altre forme di delinquenza comune sono ormai assurte a regola per sopravvivere. Questa operazione, la cui forza è denominata Albania Force (Afor) ha attivato numerosi campi di accoglienza, che riportiamo in tabella IV per i campi gestiti direttamente dall’Italia e in tabella V quelli dalle altre nazioni.

E’ il caso di sottolineare che l’Italia, oltre ad essere impegnata in Macedonia, ed anche nella SFOR in Bosnia Erzegovina) è presente massicciamente anche in questa operazione, con uomini e mezzi delle nostre Forze Armate.

Oltre a questa presenza, che è la più numerosa presenza di soldati italiani fuori dal territorio nazionale, il nostro paese ha dato avvio alla cosiddetta operazione Arcobaleno.

Arcobaleno si propone di dare assistenza immediata ed aiuto ad oltre 25.000 profughi e successivamente passarli all’Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati (UNHCR.)

E’ un impegno notevole che vede impegnato in prima linea tutto il nostro volontariato nelle sue varie organizzazioni. Mettendo in atto accordi in essere., si è costituita la DIE, Delegazione Italiana Esperti al fine di individuare esperti autorevoli in loco al fine di far giungere nel posto ferito al momento giusto quanto necessario ai rifugiati; nel contempo dare tutto il supporto alle ONG, che operano indipendentemente in Albania. L’Italia ha messo a disposizione un bilancio di 65 mld, come contributo governativo, 44 mld come contributo del Ministro degli Esteri, e 95 mld a mezzo di attività promozionali, come donazioni, iniziative di istituti, enti, fondazioni ed associazioni.

Tutte queste operazioni tendono ad alleviare le sofferenze di oltre 1.000.000 di kosovari che attualmente sono "in carico" alla Comunità Internazionale.

Ancor più grave è l'aspetto riferito alla criminalità organizzata che, approfittando della tragica situazione, non esitano ad organizzare viaggi della speranza o attraversamento clandestino dell'Adriatico per arrivare in Italia e quindi avere qualche possibilità in più per i rifugiati.

A questo coacervo di problemi non può aggiungersi alla grossa difficoltà in atto dell'afflusso degli aiuti. Il moto di simpatia in atto verso la popolazione cossovara a permesso di raccogliere notevoli aiuti; ma questi non possono giungere tempestivamente in Albania o lì dove c’è bisogno per via della scarsissima capacità di carico dei porti albanesi. Il principale dei quali, Durazzo, non può smistare al giorno che 20/25 containers, quando la necessità sarebbe di 100/150/ giorno. Da qui l'intasamento nei porti di imbarco in Italia e in Europa e nella stessa Durazzo. E' lo stesso problema che dovette affrontare l'Italia nel 1939, al momento della invasione dell'Albania e nel dicembre 1940, quando vi era da sostenere il traballante fronte albano-greco.



Raggiunto faticosamente un accordo, il 12 giugno 1999 le truppe Nato in Macedonia, presero a muovere verso il Cossovo. La regione era stata precedentemente divisa in cinque zone. Inglesi e francesi dovevano muovere per primi verso Pristina, successivamente italiani e tedeschi dovevano scavalcare le posizioni raggiunte e raggiungere i distretti settentrionali e occidentali. Agli italiani fu riservato il distretto di Peç, distretto che comprende i quattro santuari serbi di religione ortodossa.



L’operazione nel suo complesso si è svolta senza incidenti e in poco tempo le truppe della Nato hanno preso il pieno controllo di tutto il territorio del Cossovo. E’ pur vero che la Russia, con una sua iniziativa, si è ritagliata una fetta di territorio sotto la sua diretta responsbailità, m è un episodio marginale nel quadro dei rapporti tra gli Stati.



Ora rimane il difficile: ovvero gestire il post guerra. In pratica il Cossovo è un protettorato internazionale. L’intervento ella Nato ha circoscritto l’iniziativa di Belgrado e, pare, tutti i focolai di conflittualità sono sotto controllo. In Bosnia la presenza internazionale garantisce tranquillità. In Cossovo, passati i primi momenti, tutto è avviato alla tranquillità, anche se una tranquillità balcanica. Infatti alla pulizia etnica contro gli albano-cossovari si è assistito ad una contro pulizia etnica contro i serbo-cossovari. Questa contro-pulizia etnica è stata stroncata dalle forze Natoe limitata a pochi casi di vendetta personale. Occorre peraltro dire che alla prova dei fatti, nonostante le informazioni avute, la pulizia etnica contro i albano-cossovari si è rilevata sull’ordine delle centinaia di unità. Le temute fosse comuni sull’ordine delle migliaia di mori ciascuna non si sono trovate. I casi sono due o i serbi sono stati frenati dalla minaccia di punizioni internazionali e si sono astenuti dai loro propositi, oppure la questione della pulizia etnica è stata gonfiata ad arte da parte dell’Occidente.

UN obbiettivo è stato raggiunto: la conflittualità nei è contenuto; un altro obbiettivo ora tocca perseguire: il contenimento della criminalità organizzata. Questo elemento è forse il dato più inquietante. Si spera che l’intervento nei balcani, organizzato per portare la pace e la tranquillità, non si risolva in una sorta di protezione generale a bande criminali senza scrupoli, dedite al traffico internazionale di armi, droga e prostituzione.

L’Italia, allo stato attuale è il più esposto a questa minaccia. Le nostre mafie collaborano già da tempo con quelle balcaniche, che si stanno lentamente ma stabilmente installandosi nel nostro territorio, mentre oltre Adriatico si stanno “de facto” creando anche con il nostro concorso, miriade di statarelli etico-mafiosi. In pratica i virus balcanici si stanno annidandosi nella nostra penisola, come eredità diretta di questa guerra.

Ora, per aiutare e salvare le minoranza serbo- bisniache, serbo-cossovare e albani cossovare dalla pulizia etnica ci troviamo di fronte a problemi che non volevamo nemmeno immaginare e che dobiao affrontare, problemi che ci travolgeranno se non la smettiamo di affrontarli con quella patina di finto paternalismo, buonismo e assistenzialismo, che ci può portare, come è stato dimostrato, solo in un vicolo cieco.